Gli inganni della propaganda intellettuale odierna V
Data
2010-05-02
5. I castelli in aria della scienza
Per documentare ancora meglio e con prove aggiuntive la insostituibile, nuova funzione dei cortigiani odierni, conviene far ricorso ancora una volta agli articoli che compaiono ciclicamente, con cadenza calcolata, su “Repubblica”. Ovviamente, il giornale romano non è l´unica né forse la principale fonte della dissimulazione di cui si è discusso sopra. Esso fa parte infatti di un sistema più vasto e complesso che, a differenti livelli e con intenti in parte diversi, persegue gli stessi obiettivi di fondo. Da questo punto di vista, certamente tutta la grande stampa nazionale – dal “Corriere della sera” alla “Stampa”, insomma il monopolio dell´informazione, scritta quanto meno, fino a tutto l´arcipelago del giornalismo “di sinistra”, quotidiano “il Manifesto” incluso – fa parte del gioco e ne verga le regole. Nondimeno, si può esser certi del fatto che la presse italiana, a sua volta, è parte integrante di un mosaico più vasto ancora che comprende in pratica tutto l´Occidente. Viste le cose da questa prospettiva, l´Italia non è certo diversa dalla Francia, dalla Germania o dalla Gran Bretagna, e si può assumere anzi che quello che accade in ognuno di questi paesi accada anche nell´altro. Vediamo allora l´orto di casa nostra.
Su “la Repubblica” del 22 dicembre 2009, a p.47, un articolo di Piergiorgio Odifreddi protestava contro la presenza alla vicepresidenza del CNR (la «massima istituzione pubblica di ricerca del nostro paese») di un creazionista, il Prof. Roberto De Mattei, perché questi sia si sarebbe reso responsabile, il 23 febbraio 2009, dell´organizzazione di un convegno internazionale di studi sul tramonto dell´evoluzionismo, sia «della disinformazione più grossolana e presuntuosa a proposito di Darwin, del darwinismo e della scienza» che si sia mai vista, sia perché la sua vicepresidenza rappresenta uno dei «più riusciti tentativi di infiltrazione fondamentalista e antiscientista [sic!] dell´Ente».
Lo scienziato italiano rappresenta senz´altro uno studioso le cui affermazioni vanno prese sul serio. Ammettiamo dunque, sulla sua scia, che i creazionisti ci mettano davanti ad una spiegazione inverosimile della vita, della sua nascita sulla terra e dei meccanismi che hanno generato l´evoluzione delle specie. Bene. Il problema, tuttavia, è capire se gli argomenti che si contrappongono al «mito del creazionismo», al presunto «rigurgito di cultura anti-scientifica in Italia» e a teorie «in aperta contraddizione con l´evidenza scientifica» (si veda di nuovo “la Repubblica” del 3 dicembre 2009), siano logicamente coerenti ed effettivamente alternativi rispetto alla conclamata visione teologica della scuola avversata. Dopo tutto quello che è venuto a nostra conoscenza nelle pagine precedenti, qualche dubbio in proposito, per dire il meno, è più che legittimo naturalmente.
Ed in effetti Odifreddi si lascia andare ad alcune affermazioni che, al di sotto dello stile approssimativo e sommario tipico del linguaggio giornalistico, lasciano intravedere la sostanziale natura fittizia della sua argomentazione. Ai due supposti «problemi senza risposta» che secondo i creazionisti sarebbero insiti nell´evoluzionismo, «quello fisico dell´origine dell´universo (mai sentito parlare del Big Bang?) e quello chimico dell´origine della vita», Odifreddi infatti replica nel modo seguente: «nessuno dei due ha ovviamente [I.] nulla a che vedere con la teoria biologica di Darwin, che si interessa di come la vita si è evoluta sulla Terra [II.] una volta che abbia avuto origine».
Le cose, come si può facilmente immaginare, stanno invece esattamente al contrario. Non occorre far ricorso qui all´argomentazione tacita dei fisici e dei biologi di professione, quasi tutti darwiniani questi ultimi del resto, per provare il carattere sostanzialmente falso e fuorviante insieme delle due asserzioni del professore torinese (cioè i succitati I. e II.). Il farlo ci porterebbe troppo lontano. D´altro canto, anche nel suo caso non c´è niente di personale. Le cose che sostiene Odifreddi vengono sostenute anche negli Stati Uniti e in genere in tutto l´Occidente dall´establishment accademico. Cosa del resto puntualmente fatta dal biologo evoluzionista Jerry Coyne dell´Universitá di Chicago in una sua lettera al CNR del 20 dicembre 2009 (si veda in rete l´originale della sua indignata missiva, fittizia come una falsa promessa). Nessuna crepa, infatti, deve se possibile incrinare la dissimulazione. Vale la pena solo ricordare alcune questioni di fatto che fanno venire alla luce tutto ciò che è invece stato cancellato nella duplice enunciazione di Odifreddi:
*** in primo luogo, è indispensabile chiedersi come mai la questione delle origini venga considerata un argomento tabù da cui guardarsi a tutti i costi, per quale ignota ragione la si ritenga, per citare qui un'evocativa formula di Ernst von Glasersfeld, «un vespaio metafisico» assolutamente da scansare;
*** in secondo luogo, sulla scia di Karl Popper e dello stesso Edoardo Boncinelli, in effetti, Odifreddi l'ha evitata per ben due volte:
* sia quando ha sostenuto che il problema in causa «non ha nulla che vedere con la teoria biologica di Darwin»,
* sia quando ci ha spiegato che il naturalista inglese si è interessato «di come la vita si è evoluta sulla terra una volta che abbia avuto origine».
In tutte e due le statuizioni, come si vede, la questione scivola fuori del quadro e diventa ininfluente. D´altra parte, la prima rappresenta un altro puro e semplice falso in atto pubblico, giacché l´origine svolge invece una funzione cruciale in tutta la scienza, come fra poco vedremo. Mentre la seconda si presenta come un comodo escamotage, del tutto effimero del resto, per eludere la crux insita nell´argomento addotto. Come si ammette, infatti, una qualche fonte il mondo del vivente deve averla avuta perché lo si sia potuto assumere come oggetto di studio. Ergo, deve aver avuto un suo inizio da un qualche dirimente evento interno all´universo fisico, costatazione che paradossalmente dunque emerge dalla stessa argomentazione di chi avrebbe voluto ignorarla.
*** Ora, in terzo luogo, è evidente il fatto che Darwin - come tutto il pensiero scientifico di epoca vittoriana, specialmente in Inghilterra che allora rappresentava forse, con le sue grandi e floride istituzioni ufficiali, dal British Museum alla Royal Society, il «Temple of Knowledge» dell'Occidente per eccellenza - dava per scontata l'esistenza di un ordine della natura in grado di fornire alla realtà osservabile, e in particolare al regno biologico, la sua regolarità organizzata.
Come al pubblico colto dell´epoca spiegava infatti Thomas Henry Huxley, «il comune fondamento di tutto il pensiero scientifico è dato precisamente dall´ordine invariante della natura», tanto che il primario obiettivo della scienza è precisamente «la scoperta dell'ordine razionale che pervade l'intero universo». La vita, così come la struttura della materia, non potevano essere emerse che dalla provvidenziale monotonia insita in quel sostrato legisimile che aveva creato tutte le condizioni bio-chimiche e fisiche iniziali della loro stabile configurazione;
*** in quarto luogo, l´unico, ciclopico e cruciale problema connesso con questa confessione è ovviamente il fatto che tale ordine sovrano, come lo ha definito la meccanica quantistica, ovvero la forma deterministica delle leggi di natura, può solo essere assunto dal soggetto scientifico con un atto di ragione. Se è da noi pensabile, del pari ci è inconoscibile, e dunque può rappresentare solo un postulato della nostra mente, un´idea regolativa dell´osservatore che come tutti gli enti di pensiero degli esseri umani può constare solo di stoffa cognitiva;
*** in quinto luogo, la sgraditissima e da tutti avversata conseguenza di questa ultima constatazione è naturalmente il fatto che l'intero set d'idee di Darwin nasce e può nascere unicamente da quella preliminare assunzione del tutto ingiustificata e non controllabile da parte di nessuna esperienza concepibile, come vorrebbe invece il cerimoniale della scienza. In al tre parole, si tratta di un presupposto arbitrario e dunque eminentemente non-scientifico che in pratica diventa la pietra miliare e l'arco di volta dell'intero sistema di conoscenza che poi la sua prolifica natura secerne, dando vita ad una progenie di concetti in grado a sua volta di far fiorire i mille fiori del sapere contemporaneo;
*** in sesto luogo, allora, a seguire rigorosamente da questo sciame di constatazioni deriva il fatto che l'intero continente scienza rappresenta un'unica pangea virtuale che in pratica non è in grado di spiegare alcunché, in quanto non è assoggettabile ad a nessun accertamento sperimentale degno di questo nome, che come sappiamo costituisce la precondizione di ogni dimostrazione corroborata da evidenze empiriche. La sorprendente deduzione che si deve trarre da questi ulteriori riscontri è dunque chiaramente che l'intero scibile scientifico rappresenta un'enorme sfera di nozioni del tutto sconosciute. Che il regno dello spirito chiamato conoscenza potesse essere partorito dall'inintelligibile e constare di materia onirica, nemmeno Shakespeare, immagino, avrebbe potuto sospettarlo.
È portando alla luce questo sconcertante fatto e spiegando al colto e all´inclita l´insospettabile natura della scienza che il famoso fisico statunitense David Bohm, con un aforisma geniale, ha potuto darci un flash di sintesi della controversa natura di tale oggetto:
«La conoscenza scientifica è un processo di pensiero basato sull´ignoto».
*** In settimo luogo, al lume di questa rivelazione, sicuramente intollerabile e altamente sgradita per la comunità scientifica occidentale, sappiamo adesso cosa dobbiamo pensare della trionfale (e del tutto fittizia anch'essa) ultima esternazione di Odifreddi, che ci appare come l'ennesimo falso in atto pubblico. L'intellettuale torinese, infatti, sovranamente indifferente a prima vista nei confronti della grande fisica del Novecento, non si perita di asserire che «l'assolutismo [sic] matematico [è] fondato sulle rocce della dimostrazione e della sperimentazione». La cosa veramente paradossale all'estremo di tale presunzione, oltre al fatto che nasce confutata da Bohm e da tutte le prove in contrario accumulatesi in precedenza, è il fatto che viene contraddetta sia dal platonismo matematico sia dagli stessi matematici di professione. Sarà un po' difficile, penso, sottrarsi al fuoco incrociato di ben tre refutazioni.
Innanzitutto, infatti, il platonismo matematico, attraverso la voce autorevole di Alain Connes, uno dei suoi massimi esponenti, ci spiega che il mondo delle matematiche non ha alcun rapporto con la realtà fisica e non può dunque essere né corroborato né falsificato dall´esperienza. L´origine divina della macchina simbolica delle matematiche non può intrattenere alcun rapporto con gli enti fisici della materia corruttibile.
D´altro canto, se si credesse di poter sostenere che le matematiche, magari tramite l´evoluzione naturale del cervello umano, riflettono proprietà del mondo materiale e possono dunque essere controllate su questo, anche tale enunciato farebbe davvero ben poca strada. Per poter essere ritenuto vero, dovrebbe infatti assumere l´esistenza di un universo ordinato e dunque o cadrebbe inevitabilmente anch´esso nei rompicapo insolubili già visti, oppure dovrebbe convenire con la tesi di Bohm. In tutti e due i casi verrebbe comunque smentito.
Infine, oltretutto, e qui varchiamo la soglia di un nuovo teatro intellettuale dell´assurdo, Ian Stewart afferma precisamente il contrario di quanto dichiarato da Odifreddi. «Non potendo permettersi il lusso dell´osservazione e dell´esperimento», ci spiega infatti lo scienziato inglese, «il matematico deve verificare la bontà del suo lavoro sulla base della coerenza logica interna» delle proprie analisi, esattamemte ciò che sono obbligate a fare anche le teorie fisiche interessate a descrivere la natura. Fine della controversia, e ovviamente ulteriore dimostrazione, da parte di un accademico proveniente dai vertici della comunità scientifica ufficiale dell´Occidente, delle imposture che circolano liberamente nell´editoria italiana e nella pubblicistica (inter)nazionale.
*** Nondimeno, in ottavo luogo, se si credesse che il Big Bang, come esplicitamente, di contro a De Mattei, ci vorrebbe far credere Odifreddi, abbia veramente risolto il rompicapo degli inizi e costituisca sul serio una spiegazione obiettiva delle origini, ebbene ci si sbaglierebbe completamente. Inutile dire, naturalmente, che questa constatazione rende nulla anche la presunzione di Odifreddi.
Intanto, ad avviso dello scienziato inglese David Peat, la creazione subitanea di materia da un vuoto indifferenziato rappresenta soltanto «un mito della fisica moderna», equivalente in questo ad altre grandi narrazioni dell´umanità senza possibilità alcuna di verifica da parte di qualsivoglia esperienza concepibile. D´altro canto, in sovrappiù il Big Bang è di fatto un´allegoria multiforme della ragione scientifica per una folla di motivi.
A) Per un verso, perché rappresenta un oggetto di cui «non si potrà mai avere una conoscenza empirica», spiega l´astrofisico John Barrow, per cui è destinato «a rimanere per sempre nel dominio della filosofia e della teologia», due complementari dipartimenti dell´ideologia contemporanea nell´accezione già precisata.
B) Per l´altro verso, a seguito della sua stessa natura surreale. Se infatti l´universo apparisse letteralmente dal nulla, come sostiene la fisica odierna, sia classica sia quantistica, tramite A. D. Linde e Alan Guth; se si presentasse come puro e semplice «risultato di una fluttuazione quantistica» del vuoto di tipo «spontaneo» – vale a dire, si noti la cosa, «senza cause ben definite» – come sostiene Davies, allora saremmo davvero conciati per le feste:
1. dovremmo infatti considerare l´origine della materia, dello spazio e del tempo, contestualmente, sia come effetti o risultanze di una loro qualche fonte, sia come entità reali incausate;
2. vale a dire, ora dovrebbero essere fenomeni osservabili emergenti da una loro previa causa, ora dovrebbero esistere senza alcuna causa e dunque non potrebbero rappresentare delle manifestazioni di alcun loro principio sottostante.
C) Non solo. Per un altro verso ancora, in questo discorso, che di per sé costituisce già un bell´esempio di labirinto argomentativo e di logica versatile in cui tutte le vacche, di nuovo, diventano grigie, da un evento che emerge dal caso e dal contingente, da un´aleatoria e accidentale rottura di simmetria, da una discontinuitá insomma ignota, dovrebbe scaturire poi per magia e con un semplice fiat la nostra conoscenza del mondo.
D) D´altra parte, sia come un effetto che proviene da una causa sconosciuta, sia come evento emerso dal nulla, il Big Bang, in conseguenza diretta anche di A), non è assoggettabile ad alcun test né può essere reso intelligibile da alcuna teoria fisica nota — dunque non può rappresentare in alcun modo un qualcosa di scientifico ed è anzi dichiaratamente non-scientifico, se con il fisico statunitense Menam Kafatos ammettiamo che «misurazione o osservazione in condizioni sperimentali controllate e ripetibili sono necessarie per confermare la validità di ogni teoria scientifica».
E) Infine, come conseguente conclusione di quanto sopra, poiché non può rappresentare in nessun modo un oggetto d´esperienza, un fatto reale e tangibile, osservabile e misurabile, il Big Bang può essere solo una creatura del nostro intelletto, un´altra assunzione della nostra mente, un ente di ragione senza alcuna esistenza additabile nel regno delle cose palpabili.
*** Oltretutto, come dovrebbe essere evidente, l´intero ragionamento in questione raggiunge sublimi vette paradossali quando al fitto sciame dei suoi argomenti surreali, giusto per farci ancor meglio apprezzare Jonesco, aggiunge anche due finali pennellate magistrali:
° Da un lato, infatti, come si è visto in A), viola senza ritegno e con una nonchalance che avrebbe fatto invidia a Epimenide, quel principio di non contraddizione che invece la scienza sia prescrive rigorosamente per tutti gli altri saperi sociali, sia ritiene la cartina di tornasole delle sue dimostrazioni razionali, delle sue spiegazioni oggettive;
° Dall´altro, infine, dato che ciò che non è osservabile e quantificabile non esiste per i canoni positivistici della scienza, questo postulato sia confuta a priori ogni possibilità che il Big Bang possa emergere dalla natura, sia con pari disinvoltura il pragmatismo classico e quantistico in oggetto vieta tassativamente l´esistenza congetturale di quell´ordine sovrano dell´universo che il pensiero deve presupporre per potersi rendere intelligibile la realtà fisica e spiegarla!
Con questo finale pirotecnico, siamo infine giunti al capolinea del regno surreale che è stato sopra disegnato dalla stessa scienza ufficiale tramite alcuni dei suoi rappresentnti più autorevoli. Certamente, stando le cose come stanno, nessun filo di Arianna tridimensionale potrebbe mai farci uscire da un labirinto che farebbe spavento anche ad Asterione. Alla luce di quanto accertato, diventa quasi impossibile credere che proprio dal grembo del tempio della conoscenza per eccellenza sia affiorato un simile teatro intellettuale dell'assurdo, con un suo appropriato script e degli attori professionali in grado d'interpretarne adeguatamente e con maestria insuperabi9le i difficili ruoli. Eppure è evidente che deve esistere, da qualche parte, una data ragione in grado di render conto di quel moderno "regno di Danimarca" che sembra essere diventato l'intelletto occidentale.
In effetti, tutto nasce e in un certo senso doveva nascere dal presunto emergere del Big Bang out of nothing, una statuizione che la fisica contemporanea e la scienza più in generale ripetono dappertutto come un mantra cerimoniale ed un esorcismo liturgico. Quella fonte, infatti, in luogo di spiegare le origini del nostro mondo fisico, aveva invece come sua primaria e pressoché esclusiva funzione quella di renderne irrapresentabili i caratteri, di modo che non vi fosse più alcun bisogno di questionarla e di approfondire il suo status effettivo. La fitta ed impenetrabile nebbia che tutti i discorsi prima visti secernono copiosa e densa aveva ed ha ancora oggi come suo fine principale proprio quello di rendere invisibile e se possibile far sparire dalla scena la natura esclusivamente virtuale ed eminentemente cognitiva, emergente dall´interno della nostra mente, di quegli inizi del tutto.
Se fosse venuto infatti in primo piano e si fosse rivelato alla luce del sole il fatto che rappresentava una nostra assunzione ingiustificata e indimostrabile con i consueti canoni logici e sperimentali della scienza ufficiale, quella fonte d´ordine avrebbe trascinato con sé, nel vortice della sua natura apocrifa, l´intera scienza contemporanea. Il maestoso castello in aria delle sue costruzioni intellettuali, insieme al principio di oggettività e al suo privilegio istituzionale tra i diversi saperi sociali, avrebbe rischiato di esser travolto da una sorta di tsunami culturale inarrestabile. Un cataclisma concettuale di questa portata non avrebbe mai potuto esser tollerato né ammesso, nemmeno come ipotesi remota, ancor meno addirittura come possibilità, dalla comunità scientifica occidentale. Ogni prezzo poteva e doveva essere pagato pur di scongiurarlo. E come si è visto, non si è certo fatta economia di mezzi. Il gioco evidentemente valeva la candela.