Gli inganni della propaganda intellettuale odierna VI
Data
2010-05-04
6. Scienza e teologia
Le opinioni di Odifreddi, che qui sono interessanti nella misura in cui rispecchiano un´attitudine profonda di tutti gli intellettuali ufficiali dell´establishment e sono dunque rappresentative di una loro generale forma mentis, hanno avuto modo di venire alla luce anche per spiegare al grande pubblico il rapporto scienza-religione.
Usando di nuovo anche “la Repubblica” del 18 maggio 2002 e altri media della carta stampata come la “Rivista dei libri” del marzo 1996 per far conoscere al colto e all´inclita il vero stato della questione, Odifreddi ha sostenuto più volte che Dio è stato da tempo, perlomeno dall´epoca di Laplace, espunto dalla scienza, la quale perciò consta oggi solo di pensiero laico e nient´altro, non occupandosi che dei fenomeni osservabili e delle leggi che ne governano la regolarità. La scienza, dunque, sarebbe al momento presente un sapere in cui in pratica «si formulano ipotesi da sottoporre poi al vaglio dell´osservazione e dell´esperimento». Noncurante degli stereotipi che lei stessa fa circolare nel corpo sociale, la comunità scientifica odierna ha poi più recentemente confermato, per mezzo del Prof. Umberto Veronesi, l´interpretazione del matematico torinese. In una intervista a Sky Tg24 del 4 febbraio 2010, riportata poi dal “Corriere della sera” nel quale la leggo, il famoso oncologo e scienziato di chiara fama ha infatti dichiarato che «scienza e fede non possono andare insieme», giacché la religione a suo avviso è integralista e «la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di leggenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti». Al contrario, «la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità, nel bisogno di provare, di criticare se stessa e riprovare». Benché abbia ricordato di provenire da una famiglia religiosissima – ed anzi probabilmente, come dice Gaber in una sua toccante canzone, ironica e amara ad un tempo, proprio perché ha avuto un´educazione troppo cattolica –, Veronesi pensa oggi che scienza e fede rappresentino «due mondi e concezioni del pensiero molto lontani l´uno dall´altro, che non possono esser abbracciati tutti e due» dallo stesso soggetto in un unico credo.
Col consueto pragmatismo della corporazione, il fisico italiano Nicola Cabibbo su “Repubblica” del 3 dicembre 2009 sembra intanto, quanto meno a prima vista, dare ragione a Veronesi quando critica l´antidarwinismo e implicitamente De Mattei, dando per contro ragione a Odifreddi, sostenendo che «il creazionsimo non è scienza». Poi veniamo a sapere però, nello stesso articolo, che attualmente «presiede la Pontificia accademia delle scienze» avente sede in Vaticano, circostanza che di fatto contraddice Veronesi e Odifreddi perlomeno due volte:
* sia perché si trova alla guida di un´istituzione che è la fucina culturale del creazionismo e il suo maggiore centro di diffusione nel mondo,
* sia perché incorpora nella sua persona precisamente due figure che dapprima si ritenevano inconciliabili: quella dello scienziato e quella del funzionario pontificio. In un solo organismo.
Francamente, alla luce di quanto sopra asserito da Veronesi, pare davvero difficile poter immaginare una simbiosi più controversa di questa, annunciata del resto, a ben vedere le cose, dallo stridente ossimoro insito nello stesso nome dell´accademia che il fisico italiano si trova a dirigere. Se il reale empirico fosse sul serio la pietra di paragone delle teorie, ebbene anche questa volta la stessa esperienza avrebbe confutato le pretese in causa.
Invece di rappresentare l´ennesima incarnazione del soggetto che predica bene ma razzola male, oppure di un trasformismo intellettuale che nella vita dell´Italia e dell´Occidente ha una lunga storia, il caso di Cabibbo, insieme del resto a quello di Veronesi e Odifreddi, costituisce al contrario una importante prova aggiuntiva delle imposture che tramite i media vengono a gettito continuo propinate alle moltitudini italiche e più in generale planetarie. Niente di personale naturalmente, inutile persino dirlo, anche in questa occasione. Anzi, proprio perché sono tipiche di tutti gli accademici e gli intellettuali di sistema dell´Occidente, si può con buona approssimazione e penso fondatamente assumere che le loro descrizioni del problema siano rappresentative di tutta un´élite e non di singoli individui.
Del resto, tutte le condotte, intellettuali e no, di questi soggetti non fanno altro che ripetere uno stereotipo classico delle nostre società: l´idea, cioè, come ha sottolineato per l´ennesima volta Horace Judson nel suo volme The great betrayal, che la scienza rappresenti un sapere oggettivo che ha espulso per sempre dal suo seno il sovrannaturale, la magia e la religione, e s´identifica soltanto con la comprensione razionale della natura, con la descrizione di come il mondo reale è. Da Newton a John William Herschel, da Darwin a Marx ed Engels addirittura, da Max Weber a Robert Merton, da Talcott Parsons a Vannevar Bush (dal 1941 sotto Franklin D. Roosevelt fino alla presidenza di Harry Truman direttore dello statunitense “Office of Scientific Research and Development”) – giusto per attraversare con questi nomi epoche cruciali del mondo contemporaneo e culture a prima vista diverse, financo formalmente alternative –, il pensiero contemporaneo ha a lungo coltivato con inconfessabili secondi fini quella fittizia convinzione. Ancora oggi, d´altro canto, con evidenti intenti di dissimulazione, ci propina imperterrito quel ritratto immaginario.
Precisato tutto ciò, si può a buona ragione, e di contro a tutto quello che è stato detto in precedenza, sostenere che la scienza ospita – eccome – al suo interno la teologia e il divino. Innanzitutto perché sono gli stessi fisici di punta della comunità scientifca occidentale a dichiararlo.
* Ad avviso di Davies, infatti, «la ricerca religiosa» è sempre stata parte integrante del «progetto scientifico»: «Questo non dovrebbe sorprenderci. La scienza è nata dalla teologia, e tutti gli scienziati, siano essi atei o deisti, accettano una visione del mondo essenzialmente teologica».
* Del resto, sin dall´alba della scienza occidentale, come ci fanno sapere alcuni studiosi anglosassoni, «tutti gli scienziati studiavano il mondo precisamente con lo scopo di dimostrare la sapienza di Dio».
* È dunque logico, a questo punto, che Jean Largeault si lasci andare alla seguente constatazione: «Dio è una componente indispensabile dei sistemi scientifici, siano essi idealisti o realisti», senza distinzione alcuna tra le due scuole.
* Stando così le cose, aveva forse torto Émile Durkheim quando ci spiegava che «la scienza non è nient´altro che una forma più perfetta di pensiero religioso»?
Anche se la scienza intrattiene profondi legami di fatto con la teologia, in particolare cristiana, anche quando si dichiara laica e realista, persino quando si immagina di essere atea, l´aspetto forse più sconcertante dell´intera questione risiede tuttavia in un´ulteriore constatazione. La scienza, infatti, incoropora il Divino e il Sacro, e deve farlo financo contro la sua volontà, perché l´ordine sovrano dell´universo da cui emergono l´organizzazione del mondo, le sue regolarità osservabili e le leggi di natura, rappresenta sin dall´inizio un principio determinante di forma eminentemente cognitiva, integralmente partorito dalla fervida mente del soggetto scientifico ed avente lo stesso status apocrifo della sua fonte. Costituisce, in altri termini, una variante secolare di Dio. Come questo, in effetti, tanto possiede le stesse caratteristiche trascendenti e invisibili, quanto soprattutto viene presentato dalla stessa scienza, alla medesima stregua dell´Altissimo, come un sostrato inconoscibile dall´umano intelletto.
Se è senz´altro vero, come ci spiega di nuovo Davies, che «l´intera impresa scientifica si regge sull´assunzione della razionalità della natura», se non vi sono dubbi in merito al fatto che «tutta la scienza si fonda sull´assunzione che il mondo fisico sia ordinato», duplice presupposto indispensabile alla nostra specie per potersi rendere intelligibili le cose, allora è evidente che la scienza, sotto le mentite spoglie dell´ordinamento oggettivo del cosmo, incorpora nel suo pensiero il sovrumano e non può farne a meno.
La cosa è persino apertamente confessata, col disinvolto candore dell´élite accademica ufficiale da cui proviene, da due fisici quantistici di fama internazionale come Omnès e Charpak. Secondo i due scienziati francesi, infatti, «siamo noi ad attribuire un carattere sacro e trascendente alle leggi di natura», tanto che queste ultime discendono «dall´ordine della nostra mente» e non possono dunque inerire in alcun modo alla realtà (se hanno forma onirica, difatti, non possono averla fisica). Ora sappiamo cosa dobbiamo pensare sia dei vari Traité d´athéologie alla Michel Onfray e di consimili manuali, sia dei materialisti di qualsiasi scuola e tendenza.
Del resto, le imposture insite negli stereotipi diffusi nella pubblica opinione, a piene mani, dagli uomini di scienza dell´Occidente rifulgono in piena luce, di nuovo, nei documenti – vere e proprie pietre miliari della dissimulazione – che quasi quotidianamente, con ciclica e studiata regolarità, compaiono sulle colonne di “Repubblica”, questo portavoce italico delle classi dirigenti statunitensi. È qui infatti che laici e teologi mettono in mostra il terreno condiviso che accomuna il loro pensiero in un solo fascio.
In un´intervista del 2 febbraio 2010 a sua eminenza il Cardinale Martini, il «non credente» Eugenio Scalfari si presenta di fronte all´alto prelato come una sorta di materialista sui generis, quando di contro alla fede confessa di credere alla natura «indistruttibile» della materia e all´eterno «ritorno agli elementi» fisici dell´universo della energia che s´incarna nei nostri corpi e nei fenomeni del mondo più in generale. La cosa ha persino del comico perché l´arcivescovo subito ci fa notare, in una sorta di inconscia confessione dell´effettivo stato delle cose, come i loro punti di vista, in apparenza lontani e opposti, in realtà – queste sono le sue parole – «si possano alimentare dalla stessa fonte» e in un certo senso, al di sotto della facciata di superficie, coincidano.
L´illustre esponente della «Chiesa spirituale» e «grande dignitario della cattolicità» sa benissmo, è di nuovo lui a chiarircelo, che tramite la sua azione ecumenica «la Chiesa persegue la tutela dei suoi interessi di potere». In fin dei conti, si ammette, «è sempre stato così». C´è persino «una ragione perché sia così». Dal suo punto di vista, infatti, la Chiesa ufficiale si comporta in ultima analisi come un organismo che coltiva «l´istinto di sopravvivenza», vale da dire «la forza della vita, che è una forza che ogni creatura umana porta dentro di sé» sin dalla nascita. Un fatto che viene financo compendiato in un aforisma di sintesi: «l´istituzione deve sopravvivere». A leggere Martini, davvero sembra di sentir parlare Thomas Hobbes! È persino inevitabile che le cose stiano in questo modo: «La sopravvivenza individuale genera sentimenti di egoismo ed è naturale che sia così, è fisiologico che sia così».
Con la mirabile arte del retore pastorale, appresa del resto lungo un training spirituale durato oltre duemila anni, intesa a disdire quello che si dice nel mentre lo si dice, tramite le sue alate parole in pratica il Cardinale ci fa sapere che la Chiesa per eccellenza dell´Occidente:
* sia è un´istituzione di potere,
* sia che la sua fonte è un istinto di sopravvivenza di origine naturale,
* sia che i sentimenti di egoismo che esso secerne sono anch´essi «naturali e fisiologici»,
* sia infine che questo suo carattere non le vieta di prestare la sua vigile attenzione «a tutto ciò che viola il principio dell´uguaglianza, cioè della pari dignità degli uomini». Se «il peccato del mondo è l´ingiustizia», la Chiesa è il suo redentore.
Inutile insistere oltre, mi sembra, sulla sottile logica versatile insita in queste argomentazioni astutamente doppie. In sostanza, veniamo messi di fronte ad una serie di mistificazioni che con la disinvoltura dell´impunità cultu(r)ale propria della dottrina ci vengono a rovescio presentate come se fossero oro colato. Infatti:
* sia ci si dice che la fede è potere,
* sia che questo è un fatto naturale,
* sia che la sua tendenza a riprodursi come sistema di potere è fisiologica,
* sia infine che contro la sua natura più autentica la fede persegue la giustizia e l´uguaglianza degli uomini.
A quanto pare, Valéry aveva perfettamente ragione: «La teologia gioca con la verità come il gatto col topo». Sarebe inutile e del tutto superfluo, penso, far notare al Cardinale che se la Chiesa fosse un sistema di potere per decreto di natura, visto che il mondo è una creatura di Dio, ne dovremmo dedurre di conseguenza perlomeno due conseguenze, entrambe paradossali e devastanti per il credo cristiano.
* Per un verso, o che l´Altissimo l´ha voluta così contravvenendo al messaggio evangelico e dunque contraddicendo la sua parola. Il che è impossibile per l´Onnipotente. Se l´ammettessimo, infatti, dovremmo dedurne che Dio, in quanto vuole necessariamente solo quello che vuole (il dantesco volsi così colà dove si puote ciò che si vuole), ha voluto ciò che non poteva volere. Oppure che l´ha concepita sin dall´eternità in questo modo perché così voleva che le cose fossero e per sempre rimanessero. Il che è di nuovo impossibile. Se l´ammettessimo, difatti, dovremmo questa volta dedurne che invece dell´Amore universale e del Bene illimitato e assoluto il Signore avrebbe preferito mettere al mondo una fonte di ecumenica disuguaglianza, tra l´altro dotando gli uomini del libero arbitrio perché necessariamente contravvenissero alle sue intenzioni! Se la Chiesa è il corpo di Dio, semplicemente non è possibile che sia identica ad un regime del tornaconto, ad una sorta di signoria confessionale, ad «interessi di potere».
* Per l´altro verso, anche a prescindere dalle due alternative in oggetto, entrambe vietate e smentite dagli approdi assurdi che secernono, un organismo gerarchico di formazione naturale non potrebbe mai perseguire fini contrari al suo status originario, giacché essendo venuto al mondo per incarnare la volontà di Dio non potrebbe in alcun modo né cambiare la sua natura, né tanto meno tendere a realizzare scopi diversi da quelli che la sua esistenza deve necessariamente dettargli e imporgli. Ergo, è impossibile, fatta salva comunque l´esistenza degli altri paradossi, che la Chiesa possa perseguire ideali di giustizia e di uguaglianza tra tutti gli uomini. Un simile evento, infatti, implica l´annullamento di ogni differenza tra gli esseri umani e quindi anche la demolizione, per ragioni di dottrina e non per altri motivi occasionali o contingenti, della gerarchia vaticana. Il che è di nuovo impossibile, visto che il suicidio è contro natura (ovvero avverso, nella fattispecie, all´istinto di «sopravvivenza dell´istituzione»).
* Se poi, al culmine di questi argomenti apocrifi si fa mente locale al fatto che Dio rappresenta soltanto una immaginaria per quanto di sicuro potente icona della mente umana, si dovrebbe avere un´idea più chiara anche del fatto che sia le innumerovoli atrocità di cui si è resa responsabile la Chiesa ufficiale nel corso dei secoli, sia la piramide di comando che ha ben presto partorito dal suo grembo – gerarchia, organigrammi, soggezione, obbedienza, silenzio, e quant´altro – sono solo l´incarnazione drammaticamente reale della sua natura integralmente profana. Per questa ragione, ben al di là delle apparenze di superficie, il Cardinale Martini ragiona precisamente come faceva Thomas Hobbes nel 1600 quando doveva corroborare la nascita, le funzioni e il governo assoluto del Leviatano. Da questo punto di vista, al contrario di quanto normalmente si crede e appare sulla scena sociale, l´autorità spirituale del Vaticano non è nient´altro che il volto visibile di un invisibile potere di fatto saldamente nelle mani della sede pontificia e dei suoi selezionati funzionari.
D´altro canto, l´intima simmetria tra mente laica e fede in Dio, se il realismo del primo e la trascendenza del secondo secernono finzioni funzionali a dati scopi, implica che entrambe ci somministrino le stesse massicce dosi d´impostura giornaliera. Facciamo astrazione, per un momento, da quelle insite nel discorso di Martini. Possiamo infatti considerarle, a tutti gli effetti, conseguenti frutti fisiologici della Chiesa ufficiale, visto che quest´ultima – come ci è stato spiegato dallo stesso alto prelato – è un sistema di potere che come ogni sistema di potere di questo mondo deve secernere regni apocrifi per vietare preventivamente al gregge qualunque comprensione di alcunché. Del resto, «i traffici loschi della Santa Sede», come recita una seconda canzone di Gaber, bella quanto la precedente, oltre ad essere «parte integrante della fede», sono anche un’altra prova provata, dedotta dall’esperienza questa volta, dell’effettiva natura dello Stato pontificio. Resta il fatto, a questo punto, che il quotidiano romano, per voce del suo stesso fondatore, poco diverso in questo, è bene ricordarlo, dalle altre testate giornalistiche dell´Occidente, avrebbe avuto l´intenzione di farci bere quanto meno due altri calici di ambrosia ideologica.
* In primo luogo, sull´autorevole scia degli scienziati prima visti, alcuni dei quali come Odifreddi ad esempio, non a caso evidentemente, hanno rubriche fisse sul suo giornale, avrebbe voluto farci credere che il pensiero laico e persino ateo è differente da quello teologico e possiede una sua distinta natura rispetto a quest´ultimo. La stessa scienza, pur cercando anch´essa di avvalorare la tesi del giornalista italiano, tipico funzionario della specie descritta da Gore Vidal, ha dimostrato oltre ogni lecito dubbio la falsità di tale pretesa. Teologia e Scienza, nonostante le (in)equivoche tendenze degli addetti ai lavori che incarnano quest´ultima, hanno di fatto un nucleo concettuale comune sottostante ai cliché ordinari con cui vengono di solito dipinte. Suo tramite, di contro ad ogni altra lettura interessata, sono in simbiosi ed estrememente solidali tra loro.
* In secondo luogo, ha intenzionalmente cancellato dalla scena intellettuale del colloquio con l´arcivescovo, oppure l´ha bellamente ignorata, il che mette capo allo stesso risultato, la natura profondamente ambigua degli argomenti addotti dal Cardinale per corroborare la sua interpretazione delle cose. In un certo senso, doveva farlo, e coerentemente l´ha fatto, perché solo presentandoli come degni di considerazione e consistenti con la presunta missione della Chiesa, poteva a sua volta convalidare la fittizia distinzione del suo punto di vista terreno da quello celeste di Martini. Che così facendo si sia messo capo solo ad una duplice impostura, è un fatto che rientra appieno naturalmente nei compiti pubblici delle due istituzioni di cui sono illustri rappresentanti.