Gli inganni della propaganda intellettuale odierna VII
Data
2010-05-06
7. Disegni convergenti
Se dovessimo tirare le somme di quello che è emerso alla luce del sole in questo non breve viaggio nelle brume dell´ideologia contemporanea, tra l´altro attraversando continenti scientifici, inoltrandosi in malsane paludi mediatiche che avrebbero fatto invidia allo Stige e avventurandosi nei meandri imperscrutabili della teologia, si potrebbero forse tratteggiare alcune possibili letture di quello che si è scoperto, in grado magari di renderne conto in qualche modo.
Primo disegno
* In prima approssimazione, si potrebbe anche pensare che tutti i soggetti qui presi in considerazione – da Giorgini al Cardinale Martini – ci abbiano semplicemente presentato dei cliché preconfezionati diciamo a scopo didattico e pedagogico, per menti semplici di persone ordinarie quali noi siamo, in modo che tutti potessero capire i rudimenti delle rispettive dottrine, in accordo naturalmente con quello che ne pensano i loro ministri.
* Nondimeno, in seconda battuta si potrebbe anche immaginare che questi stessi individui non siano perfettamente al corrente di quello che dicono e fanno i vertici delle rispettive Chiese e sappiamo ben poco, in definitiva, di quello che accade veramente all´interno della loro comunità. Ciò pare particolarmente evidente, di primo acchito perlomeno, soprattutto per quei numerosi soggetti che, come si è visto, provengono da certi ambienti scientifici.
* Una tale impressione, in terzo luogo, potrebbe inoltre anche essere confortata dal fatto che i diversi resoconti presi in esame, come si è visto, non corrispondono in nulla all´effettivo status degli oggetti analizzati e paiono descrivere più la fervida immaginazione dei diversi personaggi, il loro universo onirico e il mondo prolifico dei loro desideri, che lo stato delle cose.
* Infine, si potrebbe senz´altro sostenere che ciascuno di loro, rappresentando in questo l´animus della rispettiva parrocchia, abbia mentito sapendo di mentire. Se lo avessero fatto, in fin dei conti sarebbe comprensibile. Infatti, una simile mossa risulta loro indispensabile per difendere lo status privilegiato e superiore del sapere scientifico e della teologia rispetto a tutte le altre forme di cultura. Vale a dire, serve per tutelare la loro esistenza sia in quanto categoria professionale specialistica, sia in quanto funzionari del sistema in possesso di una quota parte di potere personale (pastorale, spirituale, accademico, stipendiale, professorale, ecc.) nella gerarchia sociale complessiva. Scelga chi può tra le diverse alternative.
D´altra parte, se non fingessero intenzionalmente, mentirebbero comunque in un certo senso, giacché la realtà dei fatti è completamente differente dalle loro narrazioni edulcorate. Dunque, è come se mentissero. In ogni caso, se lo facessero veramente non ci sarebbe niente di strano. Per comprendere infatti fino in fondo la natura estremamente fisiologica del dolo intellettuale in genere nella società contemporanea, è sufficiente fare mente locale alla diffusa pratica della frode nella scienza odierna. Poiché si tratta pur sempre di un reato perseguito dalla legge e dunque di un misfatto, la sua analisi dovrebbe aiutarci a capire meglio perché falsare lo stato delle cose e secernere imposture risultino in fin dei conti del tutto funzionali all´establishment scientifico dominante. In ogni caso, essi emergono in maniera ricorrente dal suo seno e sono dunque da considerarsi parte integrante del suo status.
Intanto, nota Judson, i grandi tenori accademici e istituzionali dell´Occidente ritengono che la scienza rappresenti un sistema in grado di autocorreggersi e di governarsi da solo. Da questo punto di vista, la frode sarebbe rara e solo una patologia psicologica di alcuni individui e non «un reale problema» per gli scienziati nel loro insieme. Questi esponenti di vertice della comunità scientifica, rimarca ancora Judson, enunciano i loro giudizi in maniera «dogmatica» e come se fossero «articoli di fede», finendo col somigliare in questo ad una sorta di variante laica del clericalismo classico. Se questo costituisce all´interno della gerarchia ecclesiastica e della Chiesa una cultura «del segreto, dell´immunità, del privilegio e dell´impunità [lack of accountability]», anche nella scienza pare allignare un contegno simile (come Jason, è bene ricordarlo, ci ha mostrato in lungo e in largo). Paradossalmente, oltretutto, aggiunge Judson, «le loro dichiarazioni in merito alla scienza sono antiscientifiche», giacché l´esperienza dimostra piuttosto il contrario delle loro pseudo spiegazioni. Le loro prese di posizione sono quindi dettate più da aspettative della corporazione che da altro e «nascono da ovvi interessi privati» più che da un´attenta disamina dei fatti constatati.
La frode e le «correlate forme di malgoverno», all´opposto di quello che si vorrebbe far credere, rappresentano invece un fenomeno endemico ed «epidemico» nel seno della scienza, non eventi casuali ed effimeri attribubili a soggetti affetti da una qualche sindrome. Fabbricazione o «dry labbing», falsificazione e plagio (ben distinto dalla mera copiatura) sono le più comuni e frequenti forme di dolo osservate negli ambienti scientifici. La prima è identica alla pubblicazione di un falso vero e proprio e significa «faking data entirely». La seconda equivale ad una manipolazione dei dati posta in essere per raggiungere certi scopi e conclusioni desiderate. L´ultima infine costituisce una appropriazione indebita e naturalmente illegale di proprietà intellettuale altrui ad uso personale fraudolento. Il fatto è talmente grave e rilevante che persino la «National Science Foundation» USA nel 2001 ha postato sul suo sito (www.nsf.gov) un importante documento in cui si classificano quelle forme di «misconduct» e si fornisce alla pubblica opinione una loro definizione ufficiale.
Recensendo lo studio di Judson nella «New York Review of Books» del 18 novembre 2004, in un articolo intitolato significativamente Dishonesty in science, il famoso biologo Richard C. Lewontin ha a sua volta additato al colto e all´inclita il fatto che l´elite scientifica dell´Occidente, che si ritiene «la fonte di una conoscenza privilegiata» di cui essa avrebbe in pratica il monopolio, si è resa più volte responsabile di condotte fraudolente invece che di una disinteressata ricerca della verità. A questo proposito, un articolo pubblicato sullo ”International Herald Tribune” del 30 giugno 2008 sottolineava in effetti il fatto che «gli scienziati ricorrono alla frode più spesso di quanto normalmente si pensi» nel corso del loro lavoro. Secondo Lewontin lo fanno in genere per ragioni extrascientifiche. Comunque lo fanno nell´ambito della loro attività professionale per i motivi più svariati. «La ricerca del successo economico, del potere personale, e la gratificazione del proprio ego», spiega Lewontin, «hanno ripetutamente portato alla disonestà, alla frode, all´immoralità negli affari, nella Chiesa e nello Stato. Perché dovremmo pensare che i devoti delle leggi newtoniane siano più santi di quelli governati dal cardinale Law?» (l´alto prelato statunitense che ha coperto lo scandalo degli abusi sui minori nella Chiesa cattolica USA). Ed in effetti non ve n´è necessità. Proprio per questo, si precisa, occorre vigilare:
«Ogni scienziato dovrebbe essere d´accordo nel definire una frode conclamata un fatto indecente. Prescindendo da questioni di moralità, la ricerca scientifica sarebbe distrutta in quanto vitale impresa umana e gli scienziati perderebbero ogni diritto a reclamare risorse sociali se le falsificazioni non fossero denunciate. Per questo gli scienziati debbono stare in guardia, pronti a rilevare le imposture emergenti dall´interno delle loro istituzioni».
Nondimeno, proprio nel caso dell´11 settembre 2001 gli scienziati dell´agenzia governativa NIST che nel 2005 hanno redatto il rapporto sulle Twin Tower e nel 2008 sul WTC 7 hanno bellamente ignorato le ammonizioni di Lewontin, dimostrando ancora una volta quanto una grande parte della comunità scientifica attuale sia comunque propensa ad incorrere nel dolo intellettuale sistematico formalmente stigmatizzato dalle stesse autorità di controllo dell´amministrazione USA. La cosa è del resto provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, dalla copiosa documentazione apportata in proposito dal recente volume, appena pubblicato e da non perdere, di David Ray Griffin – The mysterious collapse of World Trade center 7. Why the final Official Report about 9/11 is unscientific and false –, a conferma ulteriore e pressoché definitiva di tale deplorevole ma ormai acclarato stato delle cose. Del resto, se persino la pretesa di Science, la celebre rivista della «American Association for the Advancement of Science», secondo cui il 99.9999% – alla lettera! – dei report scientifici «sono accurati e veritieri», è essa stessa a parere nuovamente di Lewontin «either a fabrication or a falsification», allora ben si capisce l´effettiva natura del problema e il reale stato dell´arte.
D´altro canto, lo stesso Lewontin, a sua volta, lamenta l´esistenza ancora di un´altra «pervasiva disonestà nella pratica della scienza che rende un certo livello di corruzione intellettuale caratteristico dell´istituzione» e non dovuto affatto a circostanze esterne o a fattori occasionali e contingenti. In pratica, spiega il biologo statunitense, i direttori di ricerche scientifiche nei grandi laboratori degli attuali centri di ricerca dell´Occidente si attribuiscono d´autorità la paternità dei risultati di un lavoro d´equipe, spesso senza avervi minimamente preso parte, e risultano quindi ufficialmente i titolari della eventuale scoperta e comunque del successo dell´impresa. «È un´esazione», dice Lewontin, «che il potente impone al più debole». Lo scienziato che dirige queste imprese collettive «ha un incondizionato diritto di proprietà intellettuale sul progetto, così come un proprietario fondiario ha sovrani diritti di proprietà nei confronti del prodotto dei servi o dei contadini che occupano terre signorili». Si tratta di una vera e propria «intellectual fraud» a danno degli altri membri del gruppo di lavoro. Conclusione:
«La fabbricazione e la falsificazione di risultati scientifici che condanniamo come frode sono una conseguenza del desiderio di notorietà, di status e di ricompense economiche. Ma l´appropriazione indebita di reputazione scientifica da parte di esimi scienziati nasce dalle stesse ragioni. Come ci si può aspettare dagli scienziati, in guisa di inviolabile standard, una stretta adesione al criterio di verità nello studio della natura, quando essi partecipano in massa ad una consapevole falsificazione quotidiana nella produzione di quella verità?»
Come se queste constatazioni non bastassero, l´intera questione assume tuttavia un aspetto oltremodo paradossale non appena Lewontin, dopo averci fatto notare come Judson abbia mancato ogni spiegazione di questi fatti, ignora egli stesso per primo qualunque analisi e financo l´esistenza di “Jason”. La cosa diventa ben presto surreale perché Lewontin rtiene che il rapporto – Scientific Integrity in Policymaking – pubblicato nel febbraio 2004 dalla “Union of Concerned Scientists”, e i cui firmatari comprendono venti Premi Nobel e diciannove beneficiari della statunitense «National Medal of Science», sia rappresenti un documento «che parla in nome della oggettività scentifica disinteressata», sia costituisca una critica dell´amministrazione Bush e delle sue intenzioni «di utilizzare la scienza a fini politici ed economici». Oltretutto, Kurt Gottfried, un fisico della Cornell University, replicando a Lewontin nella «New York Review of Books» del 10 febbraio 2005 e parlando a nome e per conto della UCS, sostiene che l´amministrazione statunitense allora in carica avrebbe «spesso violato il codice etico che fa da fondamento a tutte le scienze».
L´insieme di queste considerazioni, come dovrebbe esser chiaro, ci fa entrare subito in una sorta di nuovo teatro dell´assurdo. In pratica, per un verso, gli stessi scienziati che prima facevano emergere la frode dal seno stesso della loro comunità, dovrebbero ora essere capaci di partorire analisi oggettive e disinteressate del reale. Per l´altro verso, scienziati che per decenni hanno lavorato, in segreto, indistintamente per tutti i diversi governi USA dovrebbero essere ora divenuti critici inflessibili di quello stesso potere che hanno così ben servito nel passato e che oggi continuano a servire. Infine, quella stessa comunità scientifica che per numerosi lustri ha infranto ogni norma deontologica e professionale, sia con le sue attività segrete di ricerca al servizio del DoD, sia con le condotte messe in luce da Lewontin, sia con i casi rivelati da Judson, vorrebbe ora fare appello, in guisa di custode della Carta Costituzionale della conoscenza, a presunti «codici etici» che lei stessa ha ignorato e infranto ripetutamente nel corso del Novecento (si noti poi il fatto che, al colmo dei colmi, tra gli insigni firmatari del succitato rapporto, caso mai fossimo stati assaliti da qualche dubbio, figurano prominenti “Jasons” del calibro di Murray Gell-Mann, Steven Weinberg, Marvin Goldberger, Walter Munk, Edwin Salpeter, Richard Garwin e Val Fitch, giusto per citare solo la sommità dell´iceberg). Stando così le cose, confrontati con un simile scenario, si capisce forse meglio perché la science fiction, solo una forma di letteratura in fondo, non possa in alcun modo competere in invenzione creativa con la sfrenata immaginazione apocrifa degli scienziati reali.
Oltretutto, la cosa importante da rilevare in questo contesto è il fatto che la falsificazione e la fabbricazione delle prove così diffuse negli ambienti scientifici, ed emergenti dal loro grembo, non riguardano esclusivamente le scienze sperimentali o più direttamente legate al mondo dell´industria e degli artefatti tecnologici (se mai è esistita una qualche distinzione tra scienza pura e applicata). Come si è avuto modo di vedere, falsificazione e fabbricazione hanno luogo forse prima di tutto, volontariamente o meno, nell´ambito dei dati intellettuali di partenza del pensiero scientifico, dei sistemi d´idee di cui si nutre e di cui consta il sapere dell´Occidente. Da questo punto di vista, la forgery avviene a monte e s´insinua sin dall´inizio nella cornice concettuale della scienza fino a coincidere con questa, nella forma mentis più profonda del suo intelletto apparentemente formale e avalutativo, preformandone ab ovo i suoi più intimi significati cognitivi.
Del resto, è sufficiente fare mente locale alla impressionante concordanza tra il contratto di equità di Giorgini e il principio d´uguaglianza di Martini per capire come stia veramente la questione. La perfetta simmetria tra scienza e teologia – un vero e proprio ricalco, nella fattispecie, che somiglia molto da vicno ad una emulazione (ad una copia perfetta, cioè, dell´originale) – ci dimostra perlomeno due cose:
* innanzitutto, a dispetto di quanto avrebbero voluto farci credere, la profonda e forse a prima vista invisibile simbiosi dei due regni;
* inoltre, se è vero che la prima incorpora la seconda, il fatto che entrambe secernono imposture come una tartaruga le sue uova.
Nondimeno, la natura apocrifa della scienza e financo della teologia viene ancora meglio in luce se, come sostenuto sin dall´inizio, si assume che i funzionari di entrambi i domini asseriscano la verità quando ci presentano lo status del loro rispettivo universo di pensiero. Se ad un´analisi più ravvicinata e dettagliata quest´ultimo si rivela surreale e finto, con una natura ben diversa da quella immaginata, cosa dovremmo poi pensare di due sistemi dogmatici che sono falsi proprio perché sono veri? Se nel paese in cui si avventura, ad Alice tutto appare sottosopra e financo irriconoscibile a causa del suo viaggio onirico nel mondo dell´inconscio, in quello della scienza e della teologia invece di per sé le cose non sono quelle che sono. Il perché è presto detto. L´intenzione di tutti quanti è infatti sempre stata quella di far sparire dal davanti della scena il reale stato delle cose attraverso una presentazione apocrifia e fittizia di entrambi, in modo che questa simulazione e tendenziale emulazione prendesse il posto dell´originale, che sarebbe così rimasto invisibile e inaccessibile ai comuni mortali per i secoli avvenire, come infatti è successo fno ad oggi. Da questo punto di vista, autentica e sinceramente mendace è sempre stata l´aspirazione a cancellare dalla faccia della terra le caratteristiche più intime di quei due regni, facendo in modo che si potesse osservare soltanto la loro immagine più stereotipa e convenzionale, una icona del tutto fittizia che però si è rivelata estremamente funzionale al conseguimento dei fini programmati (perseguiti, naturalmente, col concorso e l´intervento estremamente attivo ed efficace di tutti gli interessati, che per l´occasione hanno dispiegato i grandi mezzi della propaganda di cui disponevano).
In fin dei conti, la posta in gioco, ne fossero coscienti o meno, rappresentava per tutti i soggetti in causa una sorta di prova del fuoco intellettuale. Senza quell´operazione, infatti, né la scienza né la teologia avrebbero potuto sopravvivere in un ambiente avverso, né avrebbero più potuto aspirare a ricoprire quel ruolo sovrano che ancora oggi svolgono nei rispettivi ambiti di competenza.
Secondo disegno
D´altro canto, il fatto che tutti quanti facciano sparire dalla loro argomentazione e letteralmente ignorino i rompicapo che emergono, fitti, dai loro discorsi mostra una stupefacente simmetria con la logica della «deep politics» tramite cui i dominanti danno forma alla realtà – sociale, geopolitica, finanziaria, ideologica, ecc. – loro più conveniente o che meglio si accorda con le loro strategie globali. Se è vero che le imposture, come asserisce Roberto Scarpinato, «costruiscono invisibli gabbie mentali che impediscono la visione del reale», allora è naturale che tutti i domini presi in esame abbiano messo al mondo i complessi set di finzioni che si sono visti.
In un certo senso, il fatto che detti domini siano tutti agenzie della dissimulazione li ha obbligati a cancellare dalla scena pubblica visibile le insostenibili tendenze di cui si sostanzia la loro interpretazione delle cose. Senza questa preventiva profilassi concettuale non avrebbero mai potuto assolvere correttamente alle loro funzioni, né giustificare in maniera adeguata la loro esistenza. Oltretutto, questa constatazione spiega anche perché si comportino in modo coordinato, convergente e integrato nel secernere i mondi di fumo che si sono visti. Sono infatti parti funzionali di un sistema che ha bisogno della loro sinergia per poter funzionare in maniera indefettibile e assicurarsi così una sorta di vita eterna (rispetto ovviamente alla nostra scala temporale). Da questo punto di vista, potere, scienza e teologia esibiscono una simmetria che ha davvero pochi riscontri altrove e possono forse essere considerati arti diversi di un unico organismo. In ognuno di essi, infatti, dominano omissioni intenzionali, imposture vere e proprie, censure preventive e infine anche il crimine naturalmente (e in senso allegorico anche la soppressione delle evidenze contrarie, nella scienza, potrebbe essere ritenuto un misfatto intellettuale).
Alla luce di questi dati di fatto, non è certo un caso che pressoché tutti i soggetti visti in precedenza, e in particolare tra loro gli scienziati, abbiano sostenuto apertamente la versione ortodossa o governativa dell´11 settembre, inclusi Dawkins ed Eco, due tra gli intellettuali più influenti del pianeta, secondo di nuovo “la Repubblica”, che del tutto casualmente li annovera tra i suoi più prestigiosi collaboratori. Giusto per dare un´idea della stabile alleanza di questi ambienti col potere per eccellenza dell´Occidente, vale a dire gli USA, basti pensare al fatto che Odifreddi ed Eco, con la disinvoltura tipica dell´accademia e dunque dell´establishment ufficiale, hanno curato la pubblicazione di un volume – La cospirazione impossibile – confezionato apposta non per addurre dimostrazioni e documentazioni forensi magari atte a corroborare una data descrizione dei fatti, bensì col solo intento di screditare la comunità dei critici e la convinzione di chi, più in generale, la pensa diversamente dalle spiegazioni preconfezionate dell´amministrazione statunitense (divenute nel frattempo un vero colabrodo politico-ideologico tanto sono state confutate dagli studiosi internazionali più seri). La prova provata di queste intenzioni, al di là degli argomenti apocrifi addotti, ci è del resto data dal fatto che anche in tale testo si è fatto largo uso, more solito, dei metodi tipici della «deep politics»: ignorare dati eventi, sopprimere fatti sgraditi, falsificare la realtà. Come ulteriore esempio luminoso di intellettuali interessati unicamente alla “ricerca della verità”, per riprendere qui l´ispirato ma del tutto fittizio aforisma di Veronesi, non c´è davvero male.
Oltretutto, la loro operazione mostra un impressionante parallelismo molto stretto con la campagna di stampa orchestrata e portata avanti, col tempismo degno delle loro funzioni, dai servizi segreti francesi nel 2002, quando due agenti professionali del depistaggio istituzionale come Dasquiè e Brisard hanno pubblicato un libro contro Thierry Meyssan, prontamente tradotto in italiano ovviamente nel 2003 con l´entusiastica prefazione di Lucia Annunziata (un´altra giornalista ancora! Che ha cominciato per di più la sua brillante carriera di pennivendola nel “Manifesto”!), allo scopo si screditarne, con tale dossier prefabbricato, le analisi e metterne in dubbio le conclusioni. Che si potesse chiamare La clamorosa menzogna un documento espressamente confezionato allo scopo di fuorviare l´opinione pubblica internazionale, solo la logica più intima e perversa della propaganda moderna poteva inventarselo. Vale la pena leggerlo solo per comprendere questo fatto. D´altro canto, se tanto mi dà tanto, il volume di Eco e Odifreddi differisce ben poco dall´originale transalpino.
Per dire infine delle sottili e sotterranee parentele transoceaniche tra tutti questi diversi ambienti, a prima vista lontani e differenti tra loro, basti pensare in ultimo alla opinione di un altro scienziato statunitense, William Happer, membro autorevole ancora attivo naturalmente di Jason (vi ha speso infatti 28 anni della sua carriera di fisico a Princeton), in merito agli avvenimenti dell´11 settembre 2001, questa sorta di “macchina della verità” intellettuale per i funzionari dell´attuale establishment occidentale. A suo avviso, infatti, come ci spiega nuovamente Ann Finkbeiner, l´attività segreta di tutti gli scienziati al servizio del DoD avrebbe «mancato» ai suoi scopi istituzionali perché non avrebbe saputo prevenire «gli attacchi terroristici» di quel giorno. Leggere per credere.
A provvisoria conclusione di queste considerazioni, si potrebbe forse dire che i modus operandi e la natura di tutti questi ambienti e soggetti sociali sono riassumibili in almeno cinque (5) caratteristiche fondamentali:
1. pensano e agiscono di conseguenza sulla scia della deep politics;
2. pecernono imposture anche quando dicono il vero e lo dicono solo a questo fine;
3. operano con studiato sincronismo e ubiquità in tutti gli ambiti sociali, creando la pubblica opinione occidentale e tendezialmente planetaria;
4. assumono spesso e volentieri condotte intellettuali da agenti degli arcana imperii;
5. infine, sono presenti in maniera folta e diffusa anche all´interno dei domini scientifici classici propriamente detti.
D´altra parte, a ben riflettere, c´è ben poco da meravigliarsi del fatto che anche gli scienziati contemporanei, nell´immaginario collettivo gli alfieri del pensiero illuminista e della dimostrazione impeccabile, possano possedere una forma mentis di tal fatta. Se si pensa alle conclamate contraddizioni insite nei loro discorsi, se si fa mente locale alla versatile logica eclettica di cui si nutre la loro mente, se ci si sovviene della loro labirintica e persino surreale argomentazione – un dedalo di vie e di incroci di cui non si poteva non avere consapevolezza e che perciò deve avere uno scopo –, non dovrebbe essere poi così difficile immaginare un simile stato delle cose. Se il tempio della conoscenza per eccellenza dell´Occidente è quell´apparente teatro dell´assurdo che è, questa realtà deve avere una ragione dirimente alle spalle della sua esistenza. Precisamente quella, sofisticata e paradossale, che è emersa nelle pagine precedenti. Se la parte più importante del quadro, come diceva Chesterton, è la sua cornice, quella che la scienza ci ha squadernato davanti non avrebbe potuto essere più eloquente.
A questo punto, potrebbe forse essere di una qualche utilità per il lettore veder riassunta in un diagramma di sintesi la molteplice e doppia natura del pensiero scientifico, così almeno com'essa emerge da quanto si è appurato:
La via maestra della complessa «road map» che ha preso forma sotto i nostri occhi in tutte le analisi prima viste è tuttavia rappresentata dai fini occulti, semi invisibili ai più, che sottostanno alla cultura dell´Occidente, in particolare scientifica.
In tutti i documenti presi in considerazione finora, infatti, siano stati stesi in prima persona da importanti scienziati o siano stati vergati da altre mani, si è sempre allestito un duplice spettacolo sulla scena intellettuale e politico-ideologica delle nostre società. Il duplice regime di verità di cui si è sempre fabulato nella storia occidentale, imperante al loro interno e tipico della loro natura, evidentemente non è una chimera. Lo show a cui abbiamo assistito ha infatti riservato alle masse popolari e alla plebe contemporanea, a tutti noi insomma, una rappresentazione fittizia delle cose e l´ha presentata nel contempo alla pubblica opinione, perché le sia impossibile questionarla, come se fosse oro colato.
Le primedonne, i protagonisti e le comparse di questa modernissima charade ad uso e consumo esclusivo di noi tutti, sono stati e sono precisamente tutti quegli uomini di scienza, funzionari dei media e sacerdoti dell´ideologia che con mestiere insuperabile recitano quotidianamente i loro ruoli sul teatro della cosideta informazione, calcando le scene di mezzo pianeta e intossicandoci la mente coi loro mondi di fumo. Sono questi spregiudicati cortigiani, in effetti, a rappresentare il motore vivente di una infernale macchina della propaganda che con l´aggressività patologica di un virus, e rund um die Uhr, sistematicamente invade e colonizza la nostra vita senza possibilità di replica, senza che ci sia data alcuna possibilità di obiettare. In pratica, è un rullo compressore che ci riduce al silenzio pubblico e che possiamo fronteggiare solo col nostro povero ingegno, alzando la nostra flebile ma indignata voce intellettuale tramite la rete, i nostri dispacci senza corriere che li faccia viaggiare, che possa portarli dove vorrebbero andare e arrivare.
Simili condizioni al contorno, in un certo senso, sono peggiori della censura di regime di una volta (anche se, ovviamente, non la si disdegna a seconda delle occasioni e se ne fa largo uso all´occorrenza), perché alternano continuamente e sistematicamente occultamento delle cose e teatro pubblico all´aria aperta, platea massmediatica per i poveri di spirito (cioè sempre noi) e liquidazione preventiva della loro logica contradittoria più intima. Insomma, la macchina propagandistica di cui abbiamo accertato l´esistenza e a cui siamo confrontati:
1. per un verso presenta alle masse e alla pubblica opinione, tramite i mass media che controlla e che costituiscono il suo modernissimo braccio armato, un'unica rappresentazione stereotipa della natura della scienza, in modo che alle moltitudini solo questa appaia e possa essere introiettata dai singoli come la sola spiegazione autentica, e autenticata dalla stessa comunità scientifica ufficiale dell'Occidente, del pensiero razionale e del sapere oggettivo;
2. per l´altro verso, contestualmente cancella e fa letteralmente sparire sotto i suoi capaci tappeti, di norma tramite la sua logica versatile e quel cliché, la profonda ambiguità della scienza, il suo status equivoco e duplice: in ultima analisi, il suo carattere controverso e di fattura preformata, in modo che diventi impossibile poterne mettere in discussione, anche solo come eventualità ancora di là da venire, la natura;
3. in ultimo, si può anche permettere di far comparire alla luce del sole le sue molteplici e doppie tendenze negli argomenti professionali e specialistici dei suoi rappresentanti accademici, destinati tra l'altro ad una élite colta di suoi soggetti sociali, perché alle spalle di quest'ultimo atto ha ormai la tutela di quelle due potenti mediazioni, che vietano tassativamente alle masse qualunque eventuale scoperta del vero stato delle cose.
Un quadro di questo tipo, così diferenziato e variopinto, potrebbe essere compendiato in una sola chiave di lettura che condensa nei suoi sofisticati significati tutto quanto:
dissimulazione
nel doppio e sofisticato significato di questa voce fondamentale del loro lessico politico-ideologico e intellettuale, tanto astuta da risultare in pratica quasi indistruttibile, visto che sia occulta e dissolve, sia contestualmente fa apparire alla superficie del mondo – visibile in primo piano come unico oggetto osservabile, illuminato dalla luce abbagliante dei riflettori ufficiali dell´establishment dominante, quello che fa opinione e certifica la conoscenza effettiva del reale – soltanto la sua parte fittizia e artefatta. Oltretutto, nel duplice senso di quest´ultima categoria:
I. fatta ad arte, con tutti i crismi del mestiere e della competenza, per risultare inconoscibile o irriconoscibile nella sua vera identità da parte dei diversi attori sociali;
II. creatura artificiale e artificio essa stessa, messa al mondo unicamente per depistare, portare fuori strada e rendere impossibile qualunque eventuale scoperta del suo effettivo status.
Nondimeno, se si immaginasse di dover far fronte solo a questa enorme macchina, potente e in grado di mobilitare grandi mezzi, ma purtuttavia singola e solitaria, si rimarrebbe ben presto delusi. In effetti, il suo potere è ormai dilagato in tutta la cultura sociale e ha in pratica colonizzato financo quel pensiero che, perlomeno sulla carta, avrebbe dovuto rappresentare il suo contraltare. Nessun settore della mente societaria è ormai immune dalla sua capillare ramificazione: né il pensiero cosiddetto progressista, né quello democratico, né tanto meno quello cosiddetto “di sinistra”, ancora meno quello marxista, e in genere qualunque tendenza che si presenti con fattezze a prima vista alternative rispetto alla ragione dominante. Tutti questi ambienti e cervelli, anzi, sono ormai stati stabilmente incorporati negli ingranaggi ideologici di quell´onnipresente ordigno intellettuale. Due esempi italici conclamati, sui tanti che si potrebbero addurre a prova di quanto sostenuto, dovrebero essere sufficienti per dimostrare la cosa:
* il primo riguarda l´impostura diffusa a suo tempo dall´economista Giovanni Mazzetti, in un saggio non a caso dato alle stampe dal quotidiano “il Manifesto”, questa holding cooperativa della CIA in Italia da più di quarant´anni, nel 1993, notoria data d´inizio del pensiero unico e del luminoso avvenire democratico dei paesi occidentali.
Celebrando l´apoteosi di queste icone apocrife dell´Occidente, con la irresponsabile noncuranza dell´accademico, per di più marxista, certo dell´impunità (e a cui mai nessuno chiederà conto dei propri spropositi fuorvianti), Mazzetti rivelava al volgo e all´inclita che ormai la regolazione keynesiana dell´economia, essendosi spinta «al di là della concorrenza», «non perseguendo più scopi di profitto» e generando così nella società «una base ormai non più capitalistica [sic!]», rendeva di fatto «inarrestabile il processo di superamento positivo del modo di produzione capitalistico [sic!]». Per poter capire fino in fondo il perfido inganno inoculato nella mente del lettore, e consumato disinvoltamente a suo danno, da questi personaggi, basti pensare al fatto che qualche anno dopo l’élite USA architettava, organizzava e realizzava infine l’11 settembre, dimostrando al colto e all’inclita quanto davvero fosse in stato di avanzato sviluppo “il processo di superamento” del potere dei dominanti! Tra l’altro, la “sinistra” (democratici, progressisti, alternativi, antagonisti, ecc.), i marxisti tutti, “il Manifesto”, la Rossanda e la sua degna coorte usavano di nuovo gli stessi argomenti dell’amministrazione statunitense per corroborare l’interpretazione ufficiale di quell’avvenimento cruciale: vale a dire, una versione dei fatti concepita, messa al mondo e fatta circolare a livello planetario come unica spiegazione possibile dagli stessi perpetratori di quel crimine! Si poteva immaginare qualcosa di più surreale?;
* il secondo invece ci porta direttamemte ai giorni nostri e come se il tempo fosse passato invano e financo non esistesse, come se la storia non insegnasse niente a questi funzionari di regime, il giovane saggista Sergio Bellucci, «specializzato nei temi dell´innovazione tecnologica legata alla comunicazione», come recita la sua nota biografica annessa al volume di cui è autore, Lo spettro del capitale, ci rende partecipi, nel 2009, di un´altra buona novella. Lo fa per l´occasione, spigliatamente, nelle briose vesti di un moderno dottor Pangloss massmediatico, che vedrebbe radiosi sol dell´avvenire e il migliore dei mondi possibili anche in fondo a una fogna. Citando a sua volta Carlo Vercellone, col quale evidentemente concorda, veniamo così a sapere che si è ormai realizzato nelle società dell´Occidente «un terzo stadio della divisione del lavoro che comporta un superamento tendenziale della logica della divsione del lavoro smithiana, propria del capitalismo industriale e pone la possibilità di una transizione diretta al comunismo [sic!]».
Ora, sarebbe certo interessante, antropologicamente parlando intendo, capire quale divino senno (magari di lingua anglosassone) abbia ispirato simili finzioni visionarie (nel senso clinico della sindrome) formato ricalco, ma a malincuore sono costretto ad abbandonare tali propositi perché il farlo ci porterebbe via troppo tempo. Noto soltanto che gli pseudo argomenti in causa, oltretutto, sono solo una sfrontata brutta copia, priva di qualunque pathos rispetto alla loro fonte originaria, di certe idee (nate comunque datate già all’epoca) di Engels del 1876! Il che ne fa tra l’altro un evidente anacronismo vivente, il fossile intellettuale di un passato remoto ormai lontano anni luce dal nostro presente. Circostanza che a sua volta, caso mai ce ne fosse bisogno, conferma nuovamente il fatto che la storia si ripete per l’ennesima volta in farsa. Naturalmente, il fatto che Bellucci sia anche un giornalista potrebbe spiegare di per sé tutto quanto. Non essendo tenuto a dire la verità ai suoi ignari lettori, in ossequio al principio di Vidal, ha potuto a cuor leggero propinare loro, anch´egli, una bella impostura a tutto tondo. Il ritratto della professione disegnato sin dagli inzi degli anni ´50 da Billy Wilder con Asso nella manica (1951) e da Fritz Lang con Quando la città dorme (1955) non avrebbe potuto essere più profetico.
Ora, certamente il fatto che a distanza di sedici lunghi anni si celebri la stessa cerimonia fittizia, senza neanche un tocco di maquillage, tanto per salvare la faccia (e dio solo sa se ce ne sarebbe stato bisogno!), la dice lunga in merito all´onestà intellettuale di questi ambienti e alla loro indifferenza per le innovazioni concettuali, per ogni accertamento degli enunciati propri e altrui tramite l´esperienza, due obblighi per i quali non hanno alcun interesse, fondamentalmente perché non è certo questo l´oggetto in cima ai loro pensieri e preoccupazioni.
Nondimeno, l´aspetto più sconcertante dell´intero affaire è soprattutto dato dal fatto che queste due, diciamo così, scuole di pensiero:
* tanto mettono in campo solo due colossali imposture intellettuali, e non possono non sapere che lo stanno facendo: d´altro canto, se non lo sapessero dovrebbero saperlo comunque perché storicamente non possono non essere al corrente delle cose, dunque lo sanno di sicuro;
* quanto lo fanno e lo possono fare solo al servizio dei dominanti di cui rappresentano, volenti o nolenti, dei funzionari istituzionali, sia perché avrebbe ben poco senso mentire se non si avesse un fine in testa e una missione da compiere e una funzione da svolgere, sia perché in ogni caso di fatto lo sono, tramite paradossalmente gli stessi argomenti addotti, talmente contraddittori da risultare patentemente falsi, per rappezzare le loro pseudo analisi e presentarle alla pubblica opinione, a rovescio, come vere e conformi a reali stati di cose.
Alla luce anche di queste ultime constatazioni, dunque, si può agevolmente comprendere quanto sia vasto e in pratica senza limiti oggi il raggio d´azione della propaganda di sistema, quanti ambienti e soggetti ufficiali, istituzionali e no, essa metta attivamente in moto per vietare agli individui societari qualunque percezione del problema e della realtà effettiva dietro la facciata di cartone delle cose e sotto la loro superficie. Il mondo dell´ideologia contemporanea, nel suo più sofisticato significato qui ripetutamente sottolineato, non conosce confini né teme confronti. Dispone di mezzi massmediatici spropositati e di un'armata intellettuale, sia accademica sia no, sia temporale sia spirituale, del tutto spregiudicata né vincolata ad alcun codice etico. Il che potrebbe farci venire in mente, per concludere, o Pascal o la filosofia zen.
In uno stupendo apologo tipico di questa antica cultura, una persona si getta in un dirupo per sfuggire ad una tigre. Cadendo nell´abisso riesce ad afferrare con una mano il ramo di un ciliego cresciuto negli anfratti del terreno sottostante e rimane dunque sospeso nel vuoto. Improvvisamente, un topolino comincia a rosicchiare imperterrito la sua esile ancora di salvezza e prima che si spalanchi sotto i suoi piedi il regno del nulla, l´uomo allunga la mano rimastagli libera per cogliere una fragrante ciliegia rossa e godere così del senso della vita anche nell´avvento della sua imminente scomparsa.
Nell´intellettuale francese, invece, l´individuo si trova confrontato con un universo indifferente ai suoi affari e ai suoi affanni, ad una ciclopica macchina disincarnata capace di stritolarlo con noncuranza disumana. Eppure, benché a cospetto di questo meccanismo senz´anima né scrupoli egli sia come un esile giunco in balia di eventi atmosferici avversi, come questo con precarie radici in un suolo esiguo e senza riparo alcuno dalle intemperie, l´uomo ha un vantaggio enorme nei confronti del suo signore e padrone. Sa infatti di poter pensare rispetto a questo ed è consapevole persino della sua infinita superiorità a confronto delle nostre insignificanti forze, mentre la materia insensibile non ne sa niente. Se questa è una splendida allegoria del potere, forse Blaise Pascal è la persona giusta per noi.
München, 13 febbraio 2010 F. Soldani
Piccolo kit bibliografico di sopravvivenza cognitiva
(Per nuocere gravemente all´ignoranza in cui vorrebbero tenerci)
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