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Proposta minima per una comunità di ricerca

Presentiamo al lettore questo documento di Juan Alberto Guerrero Della Malta perché crediamo che sia importante in questi tempi confusi, dominati dalla strategia del caos dei dominanti. Vi si delinea infatti a chiare lettere un programma di ricerca del tutto incompatibile con i mille stereotipi che affollano lo spazio sociale e rendono impossibile anche solo immaginare, per non dire realizzare, una qualche fuoriuscita dalla società del capitale, in prospettiva perlomeno. Il testo si rivolge a tutti coloro che aspirano a pensare con mente differente e in modo originale il mondo in cui la nascita del capitale, a suo tempo, ci ha precipitati e nel quale ancora oggi ci dibattiamo, in attesa di liberarcene prima o poi.

 

Proposta minima per una comunità di ricerca 

L’élite mondialista è terrorista e “demoniaca”. Come e perché?

 

Per l’avvio di un programma di ricerca collettiva

Juan Alberto Guerrero Della Malta

Dicembre 2015

Rosario, Argentina

 

Premessa

Dopo i recenti fatti parigini credo non ci sia più bisogno di portare ulteriori argomenti a sostegno delle idee intorno alla natura criminale e “demoniaca” dell’élite mondialista che domina l’attuale Occidente e un pianeta ormai quasi completamente intossicato dai suoi nefasti maneggi.

Se ad un discreto numero di “attivisti” e “uomini di scienza” le innumerevoli, probanti conferme che al riguardo si sono accumulate dall’11 settembre ad oggi non sono ancora bastate a far sorgere una chiara consapevolezza di questa cosa, vuol dire, con tutta probabilità, che nelle loro teste operano alcuni potenti “sbarramenti” psicologici ed ideologici aventi quanto meno un’intima valenza omeostatica. Se è così, con queste persone non c’è niente da fare, almeno in questa fase: l’opera di una loro paziente “rieducazione” dovrà purtroppo aspettare tempi migliori.

Con questo scritto non intendo quindi rivolgermi a questo genere di persone. Mi rivolgo invece a quanti, a partire da una certa consapevolezza di base della natura specifica dell’élite mondialista, sono disposti a farsi ulteriori e più appropriate domande.

  1. Due opzioni interpretative

L’ultima false flag confezionata a Parigi ci dice molte cose: dell’infiltrazione atlantica dei servizi francesi che si palesa sul ponte di comando della politica dell’intera nazione; dell’urgenza per l’establishment di un’azione decisa di non facile riorientamento di un elettorato che in larga parte aborre la gabbia mortifera dell’Unione Europea; dell’ignobile ruolo della république quale mosca cocchiera europea per la perpetuazione della strategia del caos in Siria e nel Medio Oriente in funzione antirussa; dell’ormai irrimediabile débacle storica e culturale di un ceto politico definitivamente autosradicatosi non solo dalla tradizione culturale della passata grandeur ma anche da una qualsiasi prospettiva di dignità un minimo sovrana.

Ma non è tutto. Il 13 novembre parigino ci mette anche davanti ad una grande questione di carattere interpretativo, certamente meno immediata rispetto all’urgenza giusta di additare i reali perpetratori e i loro molteplici disegni (geo-politici, socio-economici, psicologici e culturali), e tuttavia decisamente più rilevante per le sorti di quel risveglio politico globale che finora, in tutta solitudine, ci attende al varco in questo secolo.

Stabilito che questa élite mondialista, nel suo insieme e con tutte le sue risorse operative, dà forma quel conglomerato sociale e criminale di guerrafondai, registi mediatici e perpetratori di stragi che vediamo in azione ogni giorno in differenti “teatri” e “scenari di intervento”, ci troviamo davanti a due opzioni:

  1. a) o assumiamo tutto questo come un dato di fatto in qualche modo “oggettivo”, come assioma di partenza o come “realtà” indubitabile mediante la quale andiamo a tematizzare il carattere “demoniaco” e nichilista dell’élite declinandolo in termini di insaziabile brama di potere e di dominio, senza avvertire il bisogno di ulteriori spiegazioni del “dato” così formato;
  2. b) o immaginiamo che questo carattere possa derivare da una causa differente la cui natura più intima non è assimilabile ai rapporti di dominio pur dovendosi necessariamente “esprimere” in essi.

Non voglio correre a stabilire quale delle due opzioni sia la più sensata nella condizione atroce che ci troviamo a vivere. Entrambe possono essere preziose in vari modi e in diverse situazioni: l’importante è essere sempre ben consapevoli della loro rispettiva natura e del loro potere di orientare le nostre azioni.

Al proposito, vorrei intanto far notare che se si opta per a) ci si colloca inevitabilmente in una visione della società contemporanea per la quale il principio determinante dell’agire degli uomini è di tipo immediatamente e squisitamente politico, organizzandosi come una consapevole volontà di potenza apparentemente perseguita “secondo ragione” e declinata in molteplici modi e piani accuratamente preformati.

Se invece si opta per b) si è ad un certo punto costretti, per cercare una spiegazione del dato assunto, ad uscire fuori dall’orizzonte politico dei rapporti di potere-dominio. Si deve allora provare a pensare l’esistenza di un principio determinante di natura differente, di certo un qualcosa di incomparabilmente più pervasivo e “potente” rispetto agli stessi rapporti di potere mediante i quali si manifesta ed agisce. E qui lo sforzo immaginativo non può essere eluso, pena la ricaduta nell’opzione a).

  1. Due orizzonti per l’azione sociale

La cosa più importante, a mio avviso, è rendersi conto che la scelta di a) o di b) è di grande rilevanza perché mette capo a due forme di azione sociale qualitativamente diverse, a due modalità del fare destinate a produrre articolazioni specifiche non sovrapponibili ed esiti alla lunga comunque divergenti.

Se concepiamo l’agire terroristico dell’élite fondato sul solo dato demoniaco-nichilista dentro la dialettica dei rapporti di dominio, è logico fare di tutto per contrastarlo antagonisticamente sul terreno di questi stessi rapporti, magari tenendo in secondo piano o sullo sfondo le nostre più essenziali motivazioni, la nostra più profonda visione del mondo e della società, la quale potrebbe anche rivelarsi (o non rivelarsi: dipende…) della stessa natura di quella dei dominanti che intendiamo combattere e, presumibilmente, soppiantare, sostituendoli con un’élite selezionata al nostro interno.

Se invece pensiamo che l’agire dell’élite mondialista sia motivato, al di là della pura logica del dominio, da una sua peculiare visione del mondo derivante dall’essere essa stessa agente di un principio determinante di tipo essenzialmente non politico, allora ci vediamo obbligati a contrastare antagonisticamente i dominanti in primis sul piano di tale visione, a fare di tutto per differenziarci da essa esplicitando al meglio ad ogni occasione una nostra visione di società che non potrà avere nulla in comune con quella dell’avversario: prima che sul piano politico ciò varrà in relazione a scienza e conoscenza, alla filosofia della vita, alla morale, alla religione, alla cultura, all’economia, alla psicologia e all’estetica…

In questa prospettiva, se e nella misura in cui riusciamo a differenziarci consapevolmente a livello di concezione del mondo possiamo anche, con ogni probabilità, impostare la contrapposizione politica alle élites mondialiste secondo modalità più difficilmente neutralizzabili e riassorbibili da parte dell’establishment. In altre parole, se riusciamo a stabilire tra noi e l’élite un chiaro, inequivocabile abisso sul piano del pensiero, possiamo ragionevolmente attenderci che anche sul piano delle pratiche antagonistiche potremo dar vita ad un conflitto che non sia già perso in partenza a causa della nostra inveterata subalternità mentale alle categorie dei dominanti.

3. Uno specifico dogma muove l’élite mondialista

Ciò che è in gioco dopo i fatti di Parigi ha a che fare con tutto questo più di quanto si è in genere disposti a credere.

Per l’élite mondialista la produzione seriale di terrore è un altro modo di dire che dobbiamo tenerci aggrappati a questa forma del mondo, che lor signori sono senz’altro disposti a far durare anche al costo di una inedita catastrofe permanente per popoli, terre e culture. In questa condizione, ciò che davvero potrebbe disturbare i manovratori è il prendere corpo, qua e là nel pianeta, di un pensiero differente fuori dai mantra e dalle modalità proprie della scienza, della tecnologia e dell’economia, in una costitutiva estraneità rispetto al nichilismo individualistico degli attori devastati della crescita competitiva e del progresso. È logico aspettarsi che più si andrà avanti nel secolo, più l’élite mondialista, in primis tramite l’apparato psico-bellico dei suoi Megamedia, farà di tutto per scongiurare una simile evenienza. Il terrore planetario non serve soltanto ai fini geo-politici noti, ma anche e soprattutto a stabilire quel clima generale dominato dalla paura di pensare che aiuta a prevenire la formazione di un’altra mentalità sociale in grado di proporre differenti “valori condivisi” e “risposte collettive” a fronte del guasto irredimibile di cui l’élite è veicolo.

C’è quindi ragionevolmente da aspettarsi un dispiegamento del terrore in forme sempre più orribili e “innovative”: non si dimentichi, del resto, che Orwell e il suo orizzonte, per principio e per svariati aspetti, sono già stati superati da qualche tempo… L’inganno comunicativo dovrà essere giocato in modi se possibile più sofisticati e raggiungerà vette di follia oggi impensabili. E questo non tanto perché evolverà in se stessa la natura demoniaca dell’élite, quanto perché oltre un certo livello di avvitamento patologico è prevedibile anche una perdita di lucidità e una caduta in forme di anomia (auto)distruttiva da parte di settori consistenti all’interno degli stessi circoli dominanti. Non si creda a certe subnarrazioni ad uso della fake opposition che circolano sulla rete. Più che grandi e freddi strateghi, all’interno dell’élite mondialista sembrano abbondare e prendere il sopravvento le menti più deboli e tendenzialmente sociopatiche: fenomeno che rispecchia forse più fedelmente di altri l’anima dei tempi che stiamo vivendo.

È come se l’élite mondialista stessa fosse in qualche modo prigioniera attiva di un meccanismo “superiore” che essa socialmente incarna ma che non è effettivamente in grado di padroneggiare al di fuori della sua espressione mediante condotte criminali…

Oppure è proprio questo stesso meccanismo che porta necessariamente, per sua natura e per le proprie esigenze di riproduzione, al dispiegarsi planetario di tali condotte.

Oppure, ancora, entrambe le cose mixate all’origine in modo inestricabilmente simbiotico.

Come che sia, anche a prescindere dai nomi che potremmo dargli, è evidente che si tratta di uno specifico dogma che è stato interiorizzato e che agisce come esclusivo faro ideologico nel mezzo della tempesta di una società che, fondandosi su di esso, è col tempo riuscita effettivamente a fiaccare in modo importante la luce della vita.

Comprenderne meglio la natura e lo specifico funzionamento appare essenziale ma richiede, quanto meno, un salto mentale e la messa al bando della tendenza compulsiva a pretendere la solita ricetta ad hoc per arrivare rapidamente a facili conclusioni di mera autoconsolazione.

  1. Il mondo del capitale e il salto mentale verso un altro universo di pensiero

Propongo, per cominciare, di rinunciare a qualsiasi forma di lettura fenomenologica e sociologica che non farebbe altro che farci ricadere per altri sentieri nel reticolo interpretativo dei rapporti di dominio.

Cosa possiamo allora scomodare per rendere conto di un meccanismo, dogma o, detto altrimenti, principio determinante di società, che porta l’élite mondialista a simili contegni e il mondo ad una rovina tanto caotica quanto immensamente misera e stupida?

Se togliamo di mezzo anche i surrogati esplicativi che fanno riferimento ad entità spesso citate ma in ogni caso derivate quali grandi banche, corporations, potere del denaro, cospirazioni mondiali di questo o quel “circolo” finanziario, industriale o militare, ecc., ci troviamo di fronte non al vuoto nulla di cui talvolta ci raccontano alcuni uomini di scienza, ma all’apparizione, invero per nulla demoniaca, del principio del capitale nella sua forma storica più pura ed archetipica. E per far comprendere, contrariamente a tutte le opinioni stereotipate indotte, che si tratta di un’entità che più concreta non si può, operante costantemente nella vita di tutti con “ricadute” personali potentissime ed inaggirabili, dirò che esso funziona precisamente come tutta la scienza occidentale moderna ragiona; che non c’è trucco tecnologico che non porti il marchio del suo modo di pensare ed organizzare il mondo; che non c’è scuola, accademia o fabbrica dei desideri e dei sogni che non inoculi incessantemente il suo potente virus nella mente indifesa e perdutamente colonizzabile degli individui; e che, più in generale, esso è di gran lunga il principale ostacolo storico da superare se si vuole riportare gli ominidi alla pace e all’equilibrio armonico che loro spetterebbero in quanto esseri naturali fra altri viventi nelle medesime condizioni.

So quanto sia proibitivo e profondamente provocatorio proporre un salto mentale di questo genere… Bisogna né più né meno essere disposti a mettere in causa tutta la scienza e le sue interne modalità conoscitive e di ragionamento: quella stessa scienza che sta alla base di tutta la tecnologia con la quale ci hanno fatto crescere… Quella stessa scienza che sin da piccoli ci hanno raccontato essere patrimonio universale di conoscenze dell’umanità intera (e che invece d’universale ha ben poco visto che serve essenzialmente a fondare e a perpetuare il mondo del capitale a danno di tutto il resto gettato in orribile catastrofe come mai prima nella storia)…

Quella stessa scienza da cui, in un modo o nell’altro, derivano le categorie e i modi di ragionare di tutte le altre “discipline” (“saperi” o “catene di competenze”) che ci propinano in svariate salse nelle scuole e nelle università…

Certamente, posto in questi termini il salto mentale proposto è difficile, anche perché si tratta di far piazza pulita di tutti i numerosi e potenti stereotipi sui quali è stato eretto il castello di carte e di sangue della cultura e della civiltà occidentale. Questa e non altra sembra tuttavia essere la condizione di consapevolezza necessaria per cominciare ad agire, anche perché porre il capitale quale principio determinante della società contemporanea secondo questa specifica chiave di lettura ci mette anche nella condizione di rendere conto in modo non surrettizio ed ingiustificato della natura criminale dell’élite mondialista.

Se qualcuno avesse da suggerire in proposito categorie meglio fondate o chiavi di lettura di maggiore portata esplicativa sarei ben felice di potermi accodare alle sue differenti indicazioni. Tuttavia, per quel che vedo e leggo in giro, a parte forse alcuni tentativi nobili, affatto tradizionali, comprensibili ma al momento difficilmente esperibili, di trovare in altri stati dell’essere “rimedi” all’essenza mortifera e alle potenzialità distruttive, ahinoi storiche, del principio determinante in questione, non vi sono approcci di pensiero e di coraggio all’altezza del compito e della situazione rovinosa in cui ci troviamo.

Giustamente auspicabile e forse, in prospettiva, adeguata alla perigliosità dell’impresa, potrebbe risultare una inedita comunità di pensiero e di ricerca che si prefiggesse esplicitamente di elaborare differenti categorie di pensiero prendendo spunto dal salto mentale accennato. Una simile comunità – ancora tutta da formare – avrebbe bisogno fin dall’inizio di crescere insieme non soltanto (e non tanto) mediante la rete o proponendo pur lodevoli catene di eventi e dibattiti pubblici che, come si è già visto in questi ultimi anni, faticano comunque a far maturare vissuti ed intenzioni comuni. Ciò che più serve, probabilmente, è il potersi confrontare e formare per un periodo non breve all’interno di situazioni che assomiglino a scuole o palestre di elaborazione collettiva.

Ho voluto proporre il presente scritto in questa forma estremamente sintetica e provvisoria pensandolo unicamente quale umile punto di partenza per l’avvio di una aggregazione e di un processo di questo tipo.

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