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juan de mairena

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Lettera dal profondo dei popoli

1.

Sappiamo di essere soli. In poche semplici parole lo scriviamo.

Appena scendiamo in piazza siamo notati, le televisioni di tutto il mondo ci danno visibilità, ci dettano le parole d’ordine che dovremmo urlare (“democrazia”, “riforme”, “pane”, “libertà”…) mentre tutti gli altri apparati del Potere globale si mobilitano e ci indicano le loro vie, preparano la “transizione”, regolano i loro conti con le mani dentro le nostre tasche e, quel che è più grave, con i loro “valori” dentro le nostre teste. Tutti si occupano di noi e sembrano anche sensibili alle nostre emozioni e ai nostri sentimenti: ci hanno perfino dato i social network che stiamo usando per chiamarci in piazza e tenerci in contatto durante le manifestazioni.

Eppure restiamo soli, in piazza. A centinaia di migliaia, a milioni (forse): soli. Ci sono i servizi segreti che tramano, gli scenari geo-politici che si muovono, le borse che scendono e rimbalzano, i dittatori che leggono il dettato in diretta televisiva, i sub-dittatori che si insediano al posto dei precedenti col “ci piace” della “comunità criminale internazionale”. E noi restiamo soli: sappiamo di esserlo e di essere destinati a restare in questa condizione.

Soli in piazza, soli fuori dalla piazza. Soli a casa e al lavoro, soli al mercato e a scuola, nel traffico e in ospedale, nelle fogne e nei cimiteri dei vivi, su internet, in montagna e al mare. Non siamo su alcuna “agenda” importante, non c’è alcun movimento, partito, sindacato, organizzazione che stia con noi. Però vogliono tutti occuparsi di noi, vogliono da noi la delega e il voto. Senza mai stare con noi. Lo abbiamo capito. Si occupano dentro di noi.

Per questo, intanto, non delegheremo più. Se faremo comitati, consigli, assemblee o circoli di strada, di quartiere, di paese, di città o di campagna, saremo rappresentati da persone in qualunque momento revocabili e sostituibili su decisione della rispettiva unità di base. E perché le riunioni possano farsi sempre quando serve, cioè tutti i giorni a parte le feste, la prima misura che prenderemo sarà la riduzione della giornata lavorativa su scala mondiale.

La politica senza politici di professione, cioè la politica fatta da tutti, richiede tempo per stare insieme, discutere e decidere: occorrerà lavorare meno.

E siccome per discutere e decidere con avvedutezza e responsabilità serve anche conoscere gli argomenti di cui si parla, occorre prepararsi e studiare: quindi si lavorerà ancora meno.

Sia chiaro: complessivamente non è vero che si sarà impegnati meno di adesso. Calerà di molto il lavoro ripetitivo, “manuale” o “intellettuale”. Crescerà il tempo dedicato alla politica, allo studio, ai viaggi di conoscenza, allo stare insieme agli altri, alla propria “famiglia”, alle feste, al gioco e alle arti.

Se qualcuno ritiene questo programma impensabile e, di conseguenza, impossibile da fare, sappia una cosa: comunque si definisca, fa parte organica del Potere globale. Quindi, anche se è dentro di noi, non sta con noi.

Noi non siamo popoli che vogliono liberarsi da questo Potere e mantenere soggiogato il pianeta, le specie vegetali e le altre specie animali. Ci consideriamo solo, come tutte le altre forme di vita, abitatori temporanei che possono “lasciare un segno” della loro presenza solo vivendo in armonia insieme a tutti i viventi. Non siamo il “centro” di niente, il nostro punto di vista non prevale su quello degli altri animali, noi non dominiamo la “Natura”. Siamo solo viventi che possono provare a riportare in equilibrio gli ecosistemi che per troppo tempo hanno perturbato e sconvolto attraverso le proprie azioni volte a creare il “sovrappiù”, a partire dall’agricoltura estensiva e dall’origine dello Stato.

Se qualcuno ritiene questa visione impensabile o folle, fuori da una qualsiasi idea di vita umana sul pianeta, sappia un’altra cosa: comunque si definisca, fa non solo parte organica del Potere globale attuale, ma presta la propria vita e quella degli altri a pratiche di sfruttamento e dominio più antiche che sono state la base su cui si è formato storicamente questo Potere. Quindi, anche se si confonde dentro di noi, non sta con noi.

Vedete quanta distanza dalle parole d’ordine che ci avete messo in bocca quando andiamo in piazza? Vedete perché siamo soli e soli resteremo?

Non importa: potete anche non vederlo. Forse noi popoli del pianeta non abbiamo grandi possibilità di riportare la vita umana e quella delle altre specie alla situazione che corrisponda al nostro programma e alla nostra visione.

Non importa: sappiate, in ogni caso, che resteremo soli, che vi riconosceremo quando vi nasconderete dentro di noi.

Questo è il nostro primo passo.

 

 

2.

Ci stiamo rivoltando. Ci stanno manipolando come prima e più di prima. Non poteva essere diversamente. Eppure il Potere è stato colto di sorpresa. Almeno all’inizio delle rivolte. Perché ai suoi occhi infiniti e cattivi siamo apparsi quello che ancora non siamo: diversi, diversi da Esso. Era un’illusione. Anche il Potere si illude ed è ossessionato da ciò che non potrebbe mai comprendere. La verità è che siamo scesi in piazza con la testa formata dal Potere. La nostra “pancia”, in molti casi, sta persino peggio della nostra testa. Ma l’abbiamo fatto, nella stragrande maggioranza, sulle nostre gambe. Non eravamo “cammellati” da alcuna agenzia o “forza”. E questo è già qualcosa.

Poi, quando abbiamo capito di essere soli mentre tutti ormai si stavano occupando di noi, il salto: basta con la paura, cominciamo a pensare diversamente e a immaginare. È a questo punto che gli strateghi del Potere si sono posti il problema del “risveglio politico globale” e di come svuotarlo sul nascere. Governare la transizione verso una forma ancor più sofisticata del Potere è diventato il loro assillo messo sulle nostre bocche urlanti.

Non siamo ancora diversi, parliamo ancora la loro lingua. Ma quel piccolo salto ci ha messo sul chi va là: formarci la nostra testa è diventato un nostro compito, un loro incubo. Non siamo mai stati soli come adesso. Meglio intanto restarlo per alcuni secoli. Poi si vedrà.

Il nostro fare non sarà giudicato né dagli uomini né dagli dei né dall’unico Dio né, men che meno, dalla Scienza: saranno gli animali e le altre specie viventi a mostrarci tramite la loro energia rigeneratrice degli ecosistemi la “ricchezza” del nostro fare.

Ci siamo spostati. Abbiamo lasciato vuoto il centro. Resta la voragine del Potere che inghiotte tutto. I suoi agenti sono alla caccia di tutti i popoli spostati o che intendono spostarsi dal centro. Hanno dichiarato i popoli, tutti noi, “terroristi”.

È per colmare il vuoto umano prodottosi nel centro del Progresso da noi abbandonato. Di chi si occuperà da adesso la loro Scienza? Il bisogno di “terroristi”, se non altro come materiale umano da far collassare nei loro formicai, è il bisogno primario del Potere globale. Con i “popoli terroristi” al centro della scena il centro si rianima ed è recuperato.

Con il centro svuotato il Potere va in crisi. Non è un problema per il Potere quando tanti popoli stanno in piazza: diventa un problema se e quando ci stanno con la testa che ha abbandonato il centro.

È questo strato profondo e invisibile nella testa dei popoli che li preoccupa. Per i suoi agenti la manipolazione va agita a questo livello: così il Potere inaugura la nuova era dell’infiltrazione cognitiva. Noi popoli spostati possiamo provare a vivere diversamente: dopo un po’ qualcuno riuscirà meglio, qualcun altro un po’ peggio, qualcuno non ce la farà… Ma l’infiltrazione cognitiva da sola fa più morti in un giorno di quanti noi potremmo averne in un anno di rivolte…

Adesso la battaglia è “concretamente” dentro le nostre teste: in piazza e ovunque. Quindi, ciò che fa la differenza non è l’andare in piazza, bensì la testa, di ognuno e di tutti, fuori dal centro e capace di immaginare un programma e una visione estranei all’infiltrazione.

Per noi popoli spostati questo ha un grande significato.

Ormai sappiamo che possono farci fuori a centinaia di migliaia, a milioni se vogliono. Guerre di nuovo tipo hanno preparato in laboratorio: potenti mezzi ed esperimenti già fatti glielo permettono. Hanno pure dalla loro buona parte del pensiero ecologista per condurre in porto uno sfoltimento radicale dei popoli spostati.

Ma non basterà, e lo sanno. Molto meglio, per il Potere, l’infiltrazione: quando si ottiene che i popoli vivendo servi si pensano invece liberi e “al centro di tutto” il Potere può finalmente scomparire e agire fuori scena senza disturbo. I suoi agenti, incatenati alla sua ombra, vivono per questo. Con noi popoli, al limite, “padroni” della piazza.

Eppure temono i popoli spostati. Temono che smettano di funzionare e deraglino dalla civiltà. Per questo coltivano, oltre all’infiltrazione, la nostra “pancia”: per questa e per la testa ci mantengono dentro il meccanismo giorno dopo giorno. Hanno bisogno di noi formati in un certo modo. Per loro non dobbiamo mai disertare il centro… Se il seme della diserzione attecchisse in noi, perché mai milioni e milioni di persone dovrebbero correre e lottare fra loro per produrre quel “sovrappiù” di nulla che è il capitale e tutto il suo mondo di nane merci e ballerine? Abbiamo potuto farlo finora solo perché nelle nostre teste circola l’illusione sottilmente fabbricata dal Potere: siete voi, o popoli, gli esseri predestinati a dominare su tutte le altre specie, quelli che hanno una “missione” esclusiva rispetto a tutti gli altri animali e alle piante, voi, scelti da Noi (anzi meglio: da qualche entità superiore appositamente evocata in vita: Dio o Scienza pari sono) per dominare il mondo e ridurlo a Nostra immagine e somiglianza.

 

 

3.

Se noi popoli spostati lasciamo vuoto il centro e lavoriamo di immaginazione sappiamo di essere soli al pari delle altre specie viventi: è la compagnia della solitudine che ci rigenera come il bagno nel grande fiume sapiente. Sappiamo così che il tempo comunque sottratto al funzionamento è tempo che dovremo rendere impermeabile all’infiltrazione cognitiva: per questo il nostro programma e la nostra visione dovranno essere fuori di paragone davanti a tutte le ricette che ci confeziona il Potere. Non è per malinteso desiderio di “purezza”, bensì per desistere e provare a muoversi in quanto popoli spostati. Ci distingueremo solo se sapremo decidere quando e come sottrarre il tempo riempendolo delle nostre immaginazioni che non funzionano.

Noi popoli spostati possiamo tirare fuori diversi esempi di “fatti” recenti che “danno corpo concretamente” a queste immaginazioni.

Il Potere se ne sta occupando infiltrando e giocando dal di dentro, ma questo non sempre significa che i suoi agenti abbiano il pallino delle nostre rivolte in mano.

Ad esempio, dal profondo del nostro popolo tunisino spostato sono venuti alcuni lampi di luce che fanno ben sperare in noi stessi. Alcuni giovani dalle regioni più gentili e ospitali del paese smettono di funzionare e decidono di cedere la propria vita all’immaginazione di un’altra dignità per tutti. Il Potere, preoccupato dal gesto incompatibile, manda un suo cieco maggiordomo al capezzale di uno di questi nostri giovani, Mohamed Bouazizi, morente. Il tentativo di rimettere in funzione il meccanismo inceppato da questi giovani si porta al livello più pericoloso e menzognero: quello della compassione del Potere davanti al primo segnale ancora lontano della sua fine. Però la mummia in cui è ridotto Mohamed tiene durissimo: «sarà il mio popolo a fare i miei funerali, non lei e i suoi mandanti, dottor ZABA. E allora il mio popolo dirà basta alla paura e vivrà senz’altro sotto gli spari. Tornando a casa penserà a come cavarsela senza soldi e senza merci».

Basta un poco di profondità nella rivolta che il Potere mangia la foglia e mette in pista la sua transizione. ZABA viene fatto evacuare, la sua corte rimaneggiata, il suo tecnocrate Mohammed Ghannouci insediato sul ponte di comando, tutte le sfumature delle precedenti “rivoluzioni colorate” chiamate a raccolta per partorire la nuova etichetta infanticida: la rivoluzione dei gelsomini.

Tutte le nostre debolezze (e sono tante e gravi) vengono solleticate dai professionisti dell’inganno, che possono contare anche su non trascurabili “basi” al nostro interno. Avremmo potuto impedire questo? No. Avremmo potuto impedire che loschi “oppositori” del regime fossero catapultati nel paese dalle solite agenzie che li hanno allevati in Occidente? Nemmeno. Avremmo potuto impedire che qualche radical blogger ci aizzasse tramite attacchi e messaggini, fingendo il martirio per poi accettare il riciclaggio come ministro nel governo del tecnocrate? No di certo.

Niente avremmo potuto fare per fermare la marea colorata, che si avvale dei Megamedia (tipo Aljazeera: sempre accesa alla Casa Bianca) e del budget della corporazione finanziaria criminale internazionale. Impensabile da affrontare sul suo terreno. Parecchi fra noi ci cascano, e prestano i loro servizi, spesso inconsapevolmente, agli agenti del Potere. Anche quando credono di combatterli usando i loro stessi mezzi e secondo la loro stessa logica.

Cosa invece abbiamo potuto fare e cosa, soprattutto, potremmo fare?

Per iniziare, abbiamo potuto attuare un piccolo spostamento, mostrare al Potere che giovani senza futuro privati di sogni possono comunque rovesciare il suo tavolino di format e non prestarsi più al gioco funesto dell’identico, morendo all’occasione: ciò che è sempre infinitamente più vitale del lasciarsi camminare alla testa del nulla. Se l’esempio è quello che ti nasce dentro e non quello che pensi di vedere fuori, anche gli altri lo riconosceranno.

Da qui si comprende quello che noi popoli spostati potremmo fare. Sappiamo intanto che smettere di funzionare in tanti non è come fare sciopero. Non ci sarà mai alcuna “forza organizzata” o animali di paglia capaci di far svegliare fiume di se stessi quanti si sono addormentati teleguidati. Occorre allora passare sotto il fondo dell’oceano, là dove il senso comune fabbricato si ferma perché le correnti calde e fredde non possono arrivare.

È qui che si può fare qualcosa di “concreto” cioè differente. Esempio: aver mal di testa per dieci giorni e non dire al medico le ragioni che ci hanno portato a passare dieci giorni fra noi e a giocare con i nostri figli.

 

 

4. Va, bispensiero…

L’era della stupidità, era vincente, ha fatto salti mirabili da ginnasta. Anche Orwell, tornando in vita, lo riconoscerebbe. L’evoluzione del bispensiero, poi, ha fatto di meglio: si è resa versatile, buona a tutto fare, persino a rendere inoperanti le affermazioni che la ignorano e le persone aliene dal bispensiero.

Ormai è dimostrato: non occorre più essere un minimo intelligenti per poter dar sfoggio di bispensiero: nel suo processo di volgarizzazione planetaria basta servire il Potere con coscienza e volontà, e si è dominanti. Alzando di tanto in tanto un braccio per sentire come cambia il vento. La stupidità degli agenti del Potere ricade su noi, popoli soli e popoli spostati. Gli esempi freschi sono sempre più numerosi.

Guardiamo al presidente francese, nano velenoso che ha succhiato denaro da destra e da manca. Adesso si è lanciato alla testa della criminale internazionale nel disegno del Nuovo Medio Oriente. Bombe sul popolo libico in attesa dello scoppio di una delle centrali atomiche nel territorio d’oro della Francia metropolitana: cosa già programmata, cosa che si sono incaricati di rendere vera una volta per volta. Perché il popolo francese sonnacchioso è come l’equipaggio che può essere sacrificato tutto, se occorre, al Potere.

E chi ha detto che l’Onu è solo una mera parvenza di organizzazione criminale? L’Onu è bispensierosa, funzionale e fusibile, quindi plasmabile, irragionevole e surreale: un vero orgoglio per il Potere. Nuova disperazione umanitaria: Amr Moussa è una pianta che lotta contro la fotosintesi. Un picco di recrudescenza di bispensiero si sta ergendo sul mondo e il diritto alla stupidità permanente viene rivendicato su tutti gli schermi.

David Cameron recita da Jago alla camera dei comuni, predica la propria morte e resurrezione per stimolare la plebe inglese a permanere in stato confusionale. Perfino il Fondo Monetario ha dichiarato inevitabili le rivolte. Il bispensiero chiama inevitabili i fenomeni di cui rende ignote e indecifrabili le cause. La Russia, pesante baluardo dell’Eurasia, affonda maldestramente nel suo sottosuolo strapieno di ricchezze ottuse, senza nemmeno il mistero del limite.

Siccome non è difficile essere contemporanei a tutto, in Giappone stanno nuovamente vivendo la fine della loro poesia. E non c’è verso, per il momento, di far comprendere al popolo giapponese che la prossima volta, quando sarà, la radiazione lo colpirà orfano perfino di quel senso di caducità che lo ha fatto vivere fino ad oggi. C’è della sabbia libica sparsa nell’aria: la sentono i meli, lo mormorano le api e Orwell, dal suo antro, fra poco riprenderà la parola.

Va, bispensiero. Colonizza, istupidisci gli agenti del Potere.

I popoli sapranno spostarsi?

 

 

5.

Noi popoli spostati, abbandonato il centro, ci dirigiamo solissimi sotto il fondo dell’oceano. Ma solissimi potremmo in questo scomparire se è vero che senza senso comune non si riesce a vivere. Se ciò avvenisse, intanto, non ci sarebbe nulla di innaturale: ad altre specie prima di noi è andata così e la vita non ci ha rimesso in ricchezza di energia. Anzi: qualche volta questa è stata la via per liberarsi di alcuni organismi dannosi in tempi ultimi e iniqui.

Non c’è nulla da temere in tutto questo: noi popoli spostati possiamo spingerci fino a scomparire pur di togliere la nostra partecipazione al delitto in corso, ove scomparsi fuori dal corpo siamo già nella paura stessa di fuggire dalla catastrofe. Guardate la pavidità imbelle e la mostruosa schizofrenia dei mercenari statunitensi ed israeliani appena perdono il contatto con le loro armi da fortino assediato, appena devono confrontarsi con “civili” che li guardano schifati sapendo che la morte peso non ha.

Le nostre possibilità di sopravvivere sotto l’oceano sono invece tante. È questione di andarle a vedere nella fuga dai luoghi del funzionamento. Infilarsi come popolo nella sabbia o sotto una roccia per poi accorrere al capezzale della rivolta orchestrata dalle note agenzie e dire loro: «Non ci siamo: vi state confrontando col fiume carico dei vostri detriti. Pretendete voi la piazza, e il fiume romperà gli argini scaricandovi addosso il suo carico. Anche all’infiltrazione si può opporre l’oblio: allora il Potere trema, sempre più cattivo».

Il popolo egiziano si è spostato pensando di tornare ad un certo rapporto con il grande fiume sapiente. Per questo all’inizio della rivolta non c’erano picche di pane bensì teste di civetta e brocche scheggiate ricolme d’acque. La folla a Tahrir Square è arrivata dopo, quando Aljazeera ha eseguito l’ordine di coprire tutto con l’impero della diretta.

Allora si sono visti all’opera tutti gli agenti che si occupano dentro i popoli spostati: nella loro potenza di infiltranti by design. Il proposito di un grande popolo spostato di ricongiungersi al suo grande fiume deve essere apparso come qualcosa di enormemente più temibile rispetto al piccolo grande spostamento tunisino innescato da Mohamed.

Qui i “fatti” da far passare come tali dovevano essere della massima eloquenza al cospetto del mondo intero…