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Aforismi italiani del Barchi (prima edizione)

Emanuele Montagna Centro studi Juan de Mairena estate 2013   Pubblichiamo qui la prima edizione degli Aforismi italiani del Barchi, opera che lo scrittore considera ancora incompleta e in via di facimento, riservandosi di metterne on line ulteriori edizioni tanto su questo sito quanto nelle pagine del sottodominio specificamente dedicate ai lavori del Centro studi Juan de Mairena. Per diversi e importanti aspetti, gli Aforismi italiani del Barchi servono a preparare il terreno alla prossima uscita dell’ultimo contributo al Centro studi: il saggio intitolato La chiave segreta del mondo. Natura del capitale, teologia & scienza,di recente inviatoci da Aurelio Macedonio Aldrovandi, uno studioso spagnolo di cose italiane e non solo, che con questo scritto inizia la sua collaborazione con Faremondo.

 Aforismi italiani del Barchi

Un po’ Gaber, almeno una costola di Jannacci, fors’anche qualcosa di Rino Gaetano. Questo è il Barchi. Una “persona” che, senz’alcuna evidenza, è avvezza à dormir debout, come ama(va)no dire i francesi. Per questo, dal balcone della colonia Italia, in braghe sempre più sottili e pasteggiando con liquidi evanescenti, suggerisco a bassa voce che il Barchi, vivendo così come vive, non sta proprio né in cielo né in terra, se con questa espressione intendiamo alludere alla visione scientifica comune del cosmo. Anche come persona d’altri tempi, peraltro, la sua esistenza appare incerta: il suo linguaggio parla in uno strano modo: ovvero pare avere idea di sconosciute cose e ne cerca pervicacemente la lingua. Forse l’ha addirittura scoperta e ancora non lo sa. Lingua dunque pensabile ma non conoscibile? Ma sarebbe la lingua del lampo, la lingua della verità e della conoscenza fuori da questa conoscenza… Come che sia, ieri sera il Barchi per spiegare le sue “acquisizioni” ha usato davanti a noi quattro gatti esterrefatti una parola (nuova?) fuori da ogni verbo corrente: neobiofania. Una nuova manifestazione o apparizione della vita, differente da quella che abbiamo. Cosa sarà mai? Con un po’ di pazienza oziosa, tenetela a mente. Aforismi lievi son questi. Magari sparsi e in apparenza frammentari. Possano tuttavia allietare serenamente le vostre millantate serate d’avventura davanti alla tastiera che sciaguratamente vi lancia nelle reti sociali.       [L’uomo di fede e l’uomo di scienza]   L’uomo osservante è in un colpo solo l’osservatore. Ecco il miracolo moderno del capitale. Il guscio teologico, la chiocciola scientifica, l’erba sempreverde che l’alimenta: chi può stabilisca le parti nell’astuto gioco di ruolo. Questa merda è poi l’Occidente. Chiarito il destino, una catastrofe priva di senso si libra.       [Dei nomi di Dio]   Dio ha avuto in dono dagli uomini un arsenale di titoli e nomi assai vasto. Fra questi anche l’appellativo – sommamente dubbio – di amico degli uomini.       [Dio nel dormiveglia]   Dio si rigirò un poco e senz’altro moto sbottò: l’universo produce la mente si seduce e poi mi sembra truce       [Tu nella natura devitalizzata]   Tu non esisti – dissero al Barchi. Dunque, non puoi cessare di esistere – aggiunsero. E il Barchi: ma questo tu è eterno! Un’assurdità incarnata, senza inizio e senza fine. Che strana identità: sarà la solitudine procurata della specie che pesa       [Il demone di Dio]   E disse il Creatore: dal nulla vi ho tratto e al nulla vi ricondurrò. Nell’arco della vostra esistenza siatene grati. Come farete a mostrare questa gratitudine? Non entrate mai nei miei domini, non arrischiate l’imperscrutabile. In una parola: state al vostro posto e schiattate!   Un Barchi leggermente scioccato: Dio santo, che compassione: non oso pensare che qualcuno possa averla pensata. Se così fosse, sarebbe terrificante. L’uomo non sarebbe più una creatura!         Vivere al tempo dell’attuale, illuminante crisi, orfani del lavoro che fu, tuttavia indotti alle stesse pretese, agli stessi desideri della fase precedente… La vecchia realtà è introvabile, svanita dentro il clavicembalo delle surrealtà prodotte dal Potere del capitale e amministrate dalle sue grandi agenzie mediatiche, in modi che nemmeno Orwell ha saputo presagire: il Grande Fratello aveva ancora il punto di riferimento in una realtà di superficie che era stata familiare ad alcuni. Qui siamo oltre lo stravolgimento: si producono ab ovo surrealtà che slittano senza alcuna necessità di riferimento a realtà di superficie (mancanti e mai vissute). Le surrealtà allora vagano svaniscono e riappaiono. Così le vogliono i Principi. Le realtà di superficie, in questa dimensione, quando vengono portate ad esistenza sono fatte accadere by design ma come se avvenissero da sole: non si conoscono più e da sole, nel fango, con una semplice revoca di fiat da parte di qualche agenzia, se ne vanno via. Le realtà profonde – questo va da sé o senza dire – né si conoscono né si pensano. Gli artifici della scimmia non si fanno più sulla strada. Al corteo della conoscenza, che si svolge al chiuso, non si ride: i lampi che ci mettono in comunicazione con le realtà profonde sono banditi. La scintilla terrestre non accende più nulla. Il lampo celeste magari rischiara per un attimo una nuvoletta ma poi tace. Già pensare a realtà più profonde è ribellione. Del resto fanno fiera e fuochi d’artificio.       Gli dissero: questa è la crisi di civiltà, eccellenza! Al che il Grande Inquisitore – risvegliatosi dall’inspiegabile torpore in cui lo lasciò il bacio del Cristo – si issò in piedi e disse: lasciammo aperte due strade che non portano da nessuna parte. In compenso, però, esse si congiungono virtuosamente.         Assunzione infondata prima. Il capotribù dipende ancora dallo stregone. Primo salto. Il capotribù è lo stregone. Nuova partenza. Lo stregone e il capotribù hanno identico pensiero. Metamorfosi diffusa. La tribù è formata all’identico pensiero. Esito dell’inizio. L’identico pensiero, a questo punto, vede la natura e il mondo.         Le navicelle dei loro oggetti stanno nei porti senza mare e senza riva della loro immaginazione. Spazientito e corroso dal mal dei naviganti, più d’uno ha aspirato al punto fermo…   Oh liber mundi le essenze perfette del creato e del creabile per me racchiudi   Vana pretesa – pensò il Barchi – tuttavia sufficiente a far debuttare la narrazione. E quando il narratore giungerà a identificarsi col Grande Architetto dell’universo – cogitò ancora – sarà perché l’avrà immaginato al di fuori di sé, ovvero per nulla meditato. Liber mundi dell’inganno: dicesi il concreto che determina. E poi ci sarebbero i fatti conclamati: disastrose conseguenze secolari su cui la conoscenza (filosofia e teologia e scienza) favoleggia.         [Evanescenze di e con pensiero?]   La sottigliezza metafisica si può insinuare dappertutto – sottolineò il Barchi. Ma la sottigliezza teologica è superiore – replicò il docente di antropologia teologica. Essa – aggiunse – è in grado di dissociare dall’interno ogni cosa e, ciò facendo, riesce tuttavia a nascondere la sua manina magica che nel mistero riassocia ciò che vuole… All’improvviso, dall’ultimo scranno a destra oltre il fiume, a pochi centimetri dalla telecamera d’ordinanza, risuonò una voce – forse quella di Dio – che apostrofò entrambi in questo modo: ditemi allora, miei sapienti, perché mai ogni sottigliezza metafisica e teologica va da sempre ad infrangersi contro l’enorme scoglio umano dell’atto di pensiero, dell’assunzione a priori che ritorna: il capriccio sommo che ride di tutti i capricci più sottili.     [Dell’unione del vostro pensiero ai vostri pensieri]   Dio piovve per quasi tre mesi in vaste aree dell’emisfero boreale: ben si comprende lo sciame dei timori umani. I grandi media si divisero. È cambiato il clima oltre ogni nostra previsione… No: è l’effetto delle trivellazioni… Non arrovellatevi: era tutto già scritto nella profezia di Pinkolìfa, sciamano siberiano del XVI secolo. Dio per un po’ stette a sentire. Poi, annoiato, ruppe gli indugi: che piova incessantemente per altri tre anni sulla civiltà che avete voluto – disse. E Dio piovve così tanto che pianure intere ne furono sommerse. Così Dio riprese la parola e di sé argomentò:   sono un processo non un oggetto mutevole e unitario il mio pensiero è unito ad altri miei pensieri e il vostro pensiero ai vostri non sono mai stato il pensiero di nessuno dei presenti se è vero, come mai? l’immagine di cosa sono io? non posso rispondervi, lo sapete unite il vostro pensiero ai vostri e lasciatemi finalmente nella vostra pace         [Dio e le umane idee di scienza]   Infine Dio chiarì il suo punto di vista: il vostro cervello e la vostra mente non sono fatti per coltivare una visione scientifica del mondo. Amen. Al che il Barchi, in questo distinguendosi dalla lettura prevalente dei giornali fabbricati on line, replicò: in questo modo lo stesso creatore ci certifica che più importante di tutto è l’armonia dell’homo sapiens dentro la sua nicchia ecologica, anche senza una scienza degna di questo nome… Allora Dio, quasi a congedarsi per la lunga notte senza lampi, lasciò queste parole:   le più assurde fantasie non vi nuocciono esse non vi rovinano l’adattamento giammai e in alcun modo se anzi alimentano l’allegria vostra dissolvono anche tutte le speciali di voi umani soltanto idee di scienza           Ordunque questo del Barchi appare essere – contrariamente al precedente demone terrificante – un Dio giocondo, quasi a misura di riso. C’è dunque paradosso in Dio: nell’icona nostra che Egli è, se non in Lui. Accettiamolo in pace. Ora: col Dio di riso la natura non può essere costruita come sfondo inanimato: in queste condizioni eccellenti non si può nemmeno dare scienza (e teologia e democrazia). Viva intanto questo Dio come Dio non esistente. Il Barchi a suo modo se ne fa “portatore sano”, ma incappa ad ogni piè sospinto in qualche puntiglioso Docente che di Dio ha ben altro concetto.       [Il Barchi alla lezione di biologia della conoscenza]   Docente Dio è l’osservatore unico, l’osservatore di se stesso. La sua parola su se stesso è lui stesso. Meglio non definirlo oltre.   Il Barchi Per questo gli uomini (non più di qualche d’uno per epoca, invero) hanno inventato la mediazione… Quella cosa che rischiara da tenere nell’oscurità, o che il diavolo ha fatto sparire. Da quando si dice modernità, un putrido vezzo intellettuale ha stabilito: congiura del silenzio contro la mediazione sparita.   Docente Se fosse andata come lei argomenta, Dio stesso, adirato, avrebbe provveduto a fare giustizia ripristinando la mediazione e i suoi diritti. Ma così non è avvenuto e non avviene. Come spiega questo fatto?   Il Barchi La società tenuta sotto stress mai immaginativo, prima o poi, delira. Quando Dio stesso è parte o tirato dalla parte dello stress si trova anche (lei lo sa) chi lavora per lui sentendosi lui e chi fa il suo lavoro credendosi ineffabilmente “al di sopra”. È a questo livello che la mediazione non s’ha assolutamente da vedere. Ed è qui che proprio non c’entrano né il suo “ripristino” né i suoi “diritti” chissà se e quanto riconosciuti da parte di Dio. Lei travisa in questo modo uno dei primi articoli di fede posti a difesa del Potere: far sparire la mediazione e, quindi, ogni possibile visione differente del nesso natura-specie umana. Faccia lei, ma si ricordi che, essendo arrivato dopo tutti gli inganni ultimi, lei appare francamente pleonastico come novello guardiano dell’occultamento e dell’omertà… Ecco come spiego diversamente il suo supposto fatto, che lei aveva semplicemente assunto e fondato nel nulla per i porci comodi suoi e della corporazione sua incistata nella civiltà del terrore che lei serve – qual sottile docente senza alcuna umana decenza.       [La politica della natura]   Scrisse una volta il Barchi: in politica non seguire la filosofia, ché l’arte non t’aspetta. Corri fuori appena puoi: la natura che sei ti sta dentro da sempre. Dentro non c’è il pavimento: la corsa è volo.       [Primo esercizio d’altra immaginazione. Come fare il famoso “che fare”]     Stanza d’apertura. The ground, der gründ: anche nel senso del terreno già dato   C’erano uomini di mondo – ci sono ancora – abituati a chiedere a sé e agli altri:   che fare?   Erano uomini – lo sono ancora? – tutti di un pezzo, di parola e, in cima a tutto, concreti, di pensieroeazione, disciplinati, orientati allo scopo, dritti fra i curvi, flessibili fra i rigidi. Che nervi. Hanno miseramente fallito: e quasi subito, dopo i primi, supposti successi. O hanno tradito, ancor giovani, e sono passati dall’altra parte. O hanno tradito, e hanno fatto carriera, infiltrati alla testa dei “movimenti” e dei partiti che avrebbero dovuto stare dalla parte dei tanti. Alcuni fra essi chiedevano con una punta d’umanesimo comprato a poco:   il fine della filosofia è la felicità?   No – fu la risposta del Barchi, qui inusualmente tranchant après la lettre. Il fine della filosofia – proseguì – è riconoscere il suo proprio inganno. Col che si finisce davvero e, pensata possibile questa mission fatale, s’inizia lo sfumare del suo Potere e si compie il cominciamento della sua stessa fine che propriamente non la supererà, se non per dimenticanza nel ricordo e per distacco. La felicità non c’entra: una vita fuori dal Potere non sarà né felice né infelice – aggiunse il Barchi spensierato. Sarà incalcolabile dalla ragione. E in quella che sarà additata quale nuova follia questo basta, per serenamente cominciare. Se l’evoluzione avesse chiesto il parere della filosofia nessuna specie sarebbe mai fuoriuscita da se stessa.           In questi anni la colonia Italia pullula di mascherine scorrevoli. S’agitano, s’agitano animosamente sulla polveriera che solo polvere contiene. Il terrore della neobiofania le raccoglie in sciami di necessità criminali. Da Jago in poi, le mascherine italiane non sono quello che sono eppure la loro mente, più serva di quella di Jago, non lo vuole riconoscere.       [Dell’effigie o del dogma del signor Monti]   in sonno in dormiveglia sullo scrittoio unto obbligata dal calcolo “naturale” del principio che la regge davanti all’automatico in recita permanente vilissima la sua grigia servitudine non s’agita senza scopo ci fosse residuo o immagine di vita mascherata potrebbe tirarsela ancora fino all’ultima fiera d’Europa error 404: una saga tutta pagana qui non c’è mai stata prima o dopo il ’92 solo pace arcobaleno rapace fisima turbinosa e coatta del supremo advisor dell’inganno fa aprire la sua mandibola fuori dal ritmo del suono dove non ci sono parole da dentro arcuate se e quando un topo di banca rifulge abietto la parlata del moschicida ci presenta la corda all’uscio mentre della mente i recessi epura anche se lo pensi non lo puoi pensare – ci ripete l’ossessionato con la sua accademica nichil-ignobile mimica facciale il segnale interno della paura del lapsus lo bracca senza posa da resettato e piccolo commesso si porterà nella tomba quella criminale pausa in bocca instrumentum regni della sua corporale orrifica bagascia banca       [Senza fiori di Camusso]   assenza piena di vetta tutta a costo zero per la carriera esimia principessa supergaloppina nella corsa alle bieche indulgenze del disastro italico cogestito con febbrile terrore orgoglio marcio e frutto alla moda “di genere” fango in dischi a porte chiuse impila delle lacrime sue dell’assassino e del mandante senza distinzione spargendo ricatto da comare gessata agita la teca           [Il Barchi e il discorso di Bersani – Breve rassegna su un fenomeno di stupidità greve]   Alla fine il giornalista infiltrato riuscì a sottoporre al Barchi un discorso del “candidato premier” Pier Luigi Bersani. Un malloppo concettivoro di trentadue pagine, redatto da non si sa quale spin doctor del suo entourage e rivisto dall’oratore all’ultimo momento, davanti ad un piatto di tagliatelle al sugo di lepre proposto dalla trattoria “Al pirrouttèin” di Castelnuovo Rangone (Mo). Il Barchi lo lesse e non disse niente. Tuttavia, annotò le seguenti espressioni indicandole col mignolo all’occhiuto giornalista. Per farne cosa non si sa. Poi tutto il brogliaccio prese la via delle agenzie. Seguiamo dunque il mignolo del Barchi:     messa a sistema un po’ agghiacciante sottoposti a tagliole temporali nelle mie vesti di ostrogoto del parlar chiaro qui tutto in trasparenza senza infilarci in cunicoli dietrologici la regola della responsabilità voci dal vento del cambiamento adesso decidiamo la barra poi non lo sa nemmeno dio ‘sta roba qui è vino annacquato se non troviamo la quadra pazienza disoccupazione giovanile al diapason le bocce si sono fermate sopra o sotto le lenzuolate il problema ha nettamente sopravanzato le nostre ricette il bicchiere va letto dai due lati la storia non si ripete mai ma ama le rime la moralità può rimpannucciarci siamo alieni dalla drammaticità del momento non ci sfuggono le reni secondo questo asse di ragionamento ho già detto “nel caso in cui” il mio concetto sta in questo facciam l’amalgama a forza di cacciavite anche se siam rimasti col due in mano non acceto più di parlare per enigmi per l’italia dati di merito io lo so che non sono la soluzione e quindi in coscienza non ho mandato per pane i farmacisti abbiam mostrato che c’è un dibattito con le tensioni del fronte sociale un punto di presidio nel nostro posizionamento ci mettiamo all’aperto tema per tema la rete sarà lo strumento più importante ma lo potranno usare in pochi aprire un libro a livello europeo non posso astrologare da qui a là regione più regione meno la mela sul melo balla balla guardate che sotto c’è questo si riposassero su questo una piegatura ogni giorno ha la sua pena ma qua vien giù tutto solo se c’è il suo cestino pettinate le bambole asciugati gli scogli mi ha detto che gioca da solo mica balle col passaporto in mano e tirando la palla al tacchino sul tetto oh lui là ha piastrellato il cervello di sottilette la metafora è la figura retorica più democratica che c’è ma senza sogni e finisco lì se non mettiamo questa cosa a fattor comune andiamo tutti a casa meglio la casa della nave io son di terra ma non l’abbandonerò   SE LA STORIA TI RICORDERÀ AL DIAVOLO LA STORIA   [Questo pensò il Barchi senza farne cenno all’infiltrato]         [Il Barchi circa D’Alema]   ritunda la sua sicumera e mai profonda         [Il Barchi sul governo Napolitano bis]   illusione che si vuole eterna per l’europa atlantica pasta a broro chi pisci fritti pi frutta pruna misi rintra u portapranzo pi dolci graffe ca ricotta di crapa ammonito il popolo tenuto in sonnolenza che il caffè non verrà       Una natura uguale a se stessa sarebbe una natura sempre da testare: una natura di fenomeni e nient’altro, un ambiente, per l’appunto. No, non è questo, per fortuna. Fuori dalla scia dell’Occidente ci sono tanti continenti di natura, i nostri più propri, identici a noi e da noi personificati. Non li vedremo mai con gli occhiali astuti del logos. Natura ridotta a fondo di risorse e fenomeni senza vita non hanno mai dato lampi di conoscenza della verità. Al che si è immaginato un Divino Architetto onnisciente capace di creare tutto questo dal nulla. Invece, nessun Divino Architetto ha mai creato dal nulla questi continenti di natura che sono noi e con noi: solo che, “normalmente”, nel concreto derivato in cui viviamo, non ne siamo consapevoli: sono continenti che si muovono su una differente frequenza, per così dire. In essi tutto è interconnesso e non vi sono, propriamente, “oggetti”: non vi alberga il logos e la famosa distinzione dell’osservatore non ha modo e tempo di essere fatta: essa non ha ragion d’essere in domini dove ogni cosa vive in tutte le altre senza tempo e senza spazio: è il regno delle naturofanie, a partire dalle vibrazioni di energia e dalle particelle elementari. A noi, qua nel mondo dei fenomeni, se non rimuovessimo tale ordine sovrano dalla nostra mente basterebbe una singola neobiofania per far rischiarare di luce pensierosa tutta la terra: di tale ordine naturale siamo semplicemente “personificazioni” e in ciò non siamo unici, a parte, forse, il fatto che possiamo pensarlo. Quanta incommensurabile estraneità rispetto a tutta la letteratura ecologista sin qui prodotta, quella in cui la “difesa” dell’ambiente s’accomoda con decisione vicino al centro dell’inganno.     [L’ambiente nemico]   Per l’élite globalista l’ambiente è un concetto comodamente elastico e versatile. E il Barchi fu così costretto a leggere questi versi in un manuale universitario da crediti.   L’ambiente è il genius loci del media networking un pretto fiore on line: un fiore ombra e omo certo ma non al modo della pipa famosa un fiore formato: solo di nome ha il corpo formato nello scivolamento: novo ex novo mai antico sarà e nemmeno primigenio non è diverso da quello che ci serve   Al che il Barchi, scuotendo il capo: se è questo l’ambiente, delle specie tutte è fatto nemico sottile, forse fatale.       [avatar]   avatar sono di legno forgiati e parlàti Parlàti da chi? Da osservatori invasati del Verbo hanno nome di intendenti nell’oblio del dialogo nella revoca della conversazione la vostra quiete non finga e li rèleghi minuti attori       [Il Barchi all’amico critico]   insieme assurdo peregrinare tra impasto d’altezzosa scienza e moccio tecnologico d’accatto vedut’ho tua nolontà e come vita ci trascorre       Va bene – disse – dissolviamo pure questo concetto di umanità. Ma come la mettiamo con la mente umana che sembra evolvere indefinitamente? Passiamo da uno stato all’altro con un salto – disse l’altro. Così il circolo si rinnova e io non ho provato dolore. E aggiunse: anche se qualche vostra mente d’animale c’è riuscita non significa che la mente umana ci riuscirà. Per fortuna, anche questo avvertimento scettico non ha bisogno di essere “solidamente fondato su basi empiriche”.                   [Pensiero e linguaggio nel deserto procurato della mente]   A chi lavora nel fango a chi genera anticorpi a chi taglia pensieri di morte sicura va il lampo infinito della mia vita più che dura   Il Barchi, in un qualche anno dopo il 911         Giammai il pensiero può appiattirsi fino a coincidere con l’attività cognitiva della mente bipede. Specialmente quando questa è dominata e devastata dalle furberie indelicate del logos. E se siamo il frutto di una certa organizzazione evolutiva del vivente, anche il pensiero, come l’universo fisico, è fatto tanto da processi (cognitivi e non) incardinati su reticoli neuronali (fenomeni: in questo caso del cervello) quanto da un principio determinante più interno che lo muove entro la società…           La scomparsa del pensiero? Ponete, ponete, finché ponete…       L’esperimento verrà. A chi lo comunicherai? All’esaurimento in vista. Esaurimento di cosa? Forse non ci sarà nemmeno bisogno di morire, anche se molti moriranno. Morire per che cosa? Non per che cosa, non guardarti intorno: questa conoscenza esaspera, per niente. Cerchi ancora una verità umana, tutta umana?     Il Barchi – L’obiettivo è una buona risalita sugli alberi. L’Homo blogger – E in quali tempi? B. – Cosa ci importa del tempo… H. b. – Ma come, il tempo è tutto: è la nostra vita! B. – Non ci siamo: se le va, facciamo la cosa a tappe forzate dentro una mezza era geologica. Lei è contento così? H. b. – No, per niente. E se davanti a noi non avessimo affatto una mezza era geologica ma molto, molto meno? B. – A maggior ragione l’obiettivo è quello. Lo vede che il tempo non conte niente? Lo vede che lo mette lei, e io lo tolgo? E tolto che sia dalla sua vita, il tempo di un albero è il suo stesso tempo ovvero è tolto e resta nulla: cosa le cambia sapere quant’è?       I dominanti italiani crearono Equitalia e l’opposizione a Equitalia…   H. b. – Friggerei nell’olio esausto i vertici di Equitalia. B. – È una mossa oscena che lo stesso Potere farebbe. Vuole farsene agente? H. b. – Allora la giustizia è impossibile, ne converrà anche lei. B. – E perché mai? Lei non ha mica buttato lì un idea di giustizia. E poi, anzitutto, crede di essere così capace di distinguere tra sogno e realtà nella sua ipotesi di frittura? H. b. – Ammetto che una semplice frittura non basterà e, forse, nemmeno l’olio. Ma perché non dovremmo cominciare da qualcosa di concreto, di giustamente concreto, intendo… Non sempre ho l’obbligo di definire l’a priori, voglio anche agire. B. – È difficile friggere nell’olio le cartelle di Equitalia. Più sempre bruciarle, anche se ci si dovesse trovare a corto di accendini. Friggere i vertici equivarrebbe a far loro (persone) un indubbio piacere. E un piacere ancora più grande al Potere. Se lei si accontenta del piacere che possono produrre in lei simili operazioni nel senso della “giustizia” concreta, si faccia avanti: troverà sodali. Altrimenti provi a proporre la frittura di qualche idea alla base di Equitalia. Vedrà che incontrerà più resistenze di quante possa supporre. Ma è la strada più piacevole e più ridente. Cosa fa, si precipita subito a postare in rete questa mia “idea”? Suvvia, non rida di se stesso prima di aver assaporato il gusto del riso… Pensi prima a quelle idee, a toglierle di mezzo… H. b. – Quello che mi dice mi fa venire in mente Aristotele. Quello per cui idea è sinonimo di visione, visione di immagine, immagine di nocciolo della cosa, nocciolo della cosa di piacere… Ma non ho afferrato il riferimento al riso. B. – Capisco: lei non toglierà alcuna idea di Equitalia se non imparerà a ridere. Tanto meno toglierà Equitalia stessa. H. b. – Io non ci rido, io combatto, sono un antagonista, uno che vuole rivoluzionare l’esistente. B. – Appunto, lei è un uomo di Potere. Cominci a togliersi lei.         IL LAVORO È MANCATO LA BIOLOGIA IMPLORA SE STESSA     lavorare per crescere… l’applauso dei peccatori dispiega la sua frusta taglia la legna, miracolo ricorda che non cresce senza inspiegabile poesia e sotto il tacco dei tuoi stivali questa terra non dà mai lavoro non lo vuole e non lo sa mentre il lavoro la sfianca e la rovina         [L’Italia, affondata nel e dal lavoro, culla del non lavoro]   L’Italia non ha bisogno di lavoro il lavoro è senza speranza come uno stronzo qualsiasi l’Italia è stata affondata nel e dal lavoro priorità lavoro: come uscirne e fare altro senza strazio emergenza lavoro: infatti non si vive per niente sicuri con il lavoro viva il lavoro, ma se muore forse ce la faremo: da nord a sud e isole viva le vittime sul lavoro: per loro il lavoro è compiuto: ha fatto il suo dovere viva il mercato del lavoro: cominciammo con le vacche oggi siamo pecunia il lavoro è creativo quando non è tale e quale il tema del lavoro è persino peggio del lavoro la festa del lavoro: fiera della marmellata con cammellati al seguito lavoro crescita sviluppo civiltà romana mortificazione brutto sgonfiamento delle parole occorre rilanciare il lavoro nel suo baratro infelice finale salviamo i posti di lavoro e avremo incubi ulteriori: Napolitano a 120 imbalsamato il lavoro in Italia aumenta a dismisura il rischio di disfunzione erettile c’è una statistica negata dall’Istat su questo fenomeno da Cavour a Letta anche in Italia ogni cervello è significativamente unico: il lavoro non ne tiene conto il lavoro è la causa diretta e indiretta di morte della maggioranza assoluta degli elettori italiani (che si astengono) non si può salvare la capra del lavoro e i cavoli degli elettori il lavoro che ancora c’è getta nella merda il lavoro che mai sarà al solo pensiero gronda merda anche fuori dalla merda non si troverà lavoro e cosa si troverà, buon Dio? senza ansie, la vita e la via         [In carne di scienza]   Che mi dice allora della coscienza? Ma che vuole… Dicono che è sempre incarnata… E con ciò? Ma la coscienza di Dio, di grazia? Ugualmente incarnata anch’essa, ci mancherebbe… Ma questo è impossibile! Per chi è impossibile? E la scienza, ne ha una? Ne ha molte, e tutte in apparente competizione. A chi rispondono queste coscienze scientifiche? Come tutte le altre coscienze, dovrebbero rispondere a se stesse in primis. Ma hai visto mai farsi una cosa del genere? Per rispondere a se stesse, ripetendosi con differenza magari specifica ogni volta, dovrebbero fondarsi in termini diversi dalla mera tautologia… Hai visto mai? No: ma allora queste coscienze… Tutto dipende da come ragionano e da come funzionano. E finora hanno ragionato tutte in un solo modo. Non capisco. Mi faccia un esempio eclatante. Lei prenda dei robusti pali, costruisca dall’alto – servendosi di gru sospese a mezz’aria – delle solide palafitte e le appoggi delicatamente su nulla. Vedrà che questo nulla pian piano si spiegherà da sé e non sarà più questionabile da nessun’altra coscienza… Ed è in ciò il fallimento di tutte le coscienze scientifiche o la loro potenza teologica (che è la stessa cosa).             Che la tecnologia si scansi… Ma ne siamo inondati: come sarà possibile scansarla? Non voi dovrete farlo, bensì essa stessa. Ma essa non pensa! Né può decidere alcunché. Appunto: occorrerà sognare anche questo per essa. Non mi dica che la tecnologia è frutto di un sogno… Di uno fra i più funesti. Tuttavia, sempre di materia onirica stiamo morendo. Onirica è allora tutta la trama della scienza? Abbiamo sognato di conoscere, null’altro. E se talvolta, togliendoci di scena col troppo di corredo, abbiamo conosciuto in sogno, ciò che abbiamo conosciuto è stato soltanto quello che potevamo sognare. Chi ha stabilito ciò che potevamo sognare? Nessuno. È nel sogno che ci si inganna. E nessuno lo sospetta. Desidera e sogna, dicono. Ma poi, se conosci, non pretendere che briciole di consapevole falsità.           [Il Barchi sul primitivismo]   In quei tempi remoti Dio non si vedeva nemmeno avvolto nel suo fascio di luci. Era la foresta senza volizioni di cosa: la foresta viva e animata. E non dirmi «ho vagato per monti e per mari»… Le civiltà che finora ho visto non sono civiltà primitive o paradisiache. Fondare un primitivismo è stabilire per forza un dogma. L’ennesimo, e senza gran forza negli argomenti, per giunta. La sua prassi sarebbe illusoria nel migliore dei casi; nel peggiore – non lo auguro alla specie – si aggregherebbe alle prassi di decimazione dall’alto. Dio non essendo vi dico: ridetene, dopo aver ascoltato con giudizio.         [Il Barchi sul Big Bang]   Finora il dibattito sul Big Bang si è svolto tutto fuori dalla scienza. Siccome da qualche cosa bisogna pur cominciare – dicono gli uomini di scienza – facciamo meglio a cominciare da ciò che non potremo mai testare. Così verrà poi qualcuno di spirito a raccontare la comica della scienza: l’universo originato da un “evento” ascientifico… Ma vi rendete conto? Il Big Bang è come il Dio delle teologie maggiori: dissolve il problema delle origini dell’universo nel non più questionabile, ogni curiosità di sapere in una fede insondabile nell’incognito (evento o entità che sia). Fede e scienza non sono mai state unite meglio di così da 2700 anni a questa parte.           [Il Barchi davanti all’icona di Bill Gates]   (sorvolando alquanto sulle dorate chiome del celebre santino)   Ho seri dubbi che un’età dell’oro possa essere esistita: anche prima della “nascita” di questa “civiltà”, anche nel paleolitico, se proprio ci tiene…   L’icona ingiallì all’istante e, dopo sette-otto secondi di specioso silenzio, se ne uscì così:   Se l’età dell’oro non c’è mai stata siamo tutti perduti. Non possiamo più cercare la libertà se la libertà non è mai stata una condizione reale… Se ne rende conto? No, forse non me ne rendo conto. La libertà è per i pochi che l’hanno sognata reale? La libertà è delle élite, la libertà è del faraone: da sempre. Ma il faraone è anche lui sul mercato, ci dicono… E aleggia l’ira dell’icona che sei sui governi occidentali già sottomessi… L’età dell’oro è soltanto, forse, una tua proiezione necessaria…         [Il Barchi udito in una sorta di trance]   … l’originaria nostra simbiosi col Tutto… Noi in una struttura più profonda e primitiva, noi dentro la fluttuazione quantistica senza trascendenza… Poi qualcuno seminò i prati neri della teologia.           [Essere senza poesia]   L’essere è vita? L’essere è contro la vita, da sempre e per sempre. Ma come, duemilasettecento anni di filosofia trascorsi per nulla? Magari per nulla… Quest’essere, invece, ha ammazzato la poesia.         Una mattina il Barchi si improvvisò docente (di cosa giammai si seppe) e mise insieme queste quattro parole rivolgendosi ad un suo allievo immaginario:   abbi pazienza perché le cose vadano avanti abbi potenza perché le cose sono pesanti abbi differente conoscenza perché il mondo è diverso e fa senza anche la tua differente è sogno ma tu dillo non farne segreto lontano dall’impostura i tuoi fiori senza collasso     In un’alba di nebbia fiorita sulla pelle si udì il Barchi sussurrare:   la poesia è il mondo che possiamo ancora fare fuori dalla cornice i giochi del diavolo non hanno effetto             Dalla mente dell’osservatore moderno scaturisce conoscenza onirica: la poesia ci sta dentro (quasi) tutta, con un suo status a volte privilegiato a volte disincantato. Ma nella poesia, quando c’è, la visione interna ci dà accesso all’ordine più nascosto e generico dell’universo, alla causa più intima dei fenomeni che viviamo.           [Haiku estranei attribuiti al Barchi]       siamo natura la mente non s’inganni a chi lo dici?       a mondo tolto nella madre tenebra la mente cerca       falsa la pista mondo-logos assurdo distinguiamo noi       è un’ossessione l’umano decifrare deh – l’universo       folle l’essere distacco da te stesso un sogno vivo       mistero vero piovi, resta gravida segreto non c’è       fuori dal bacio dentro una stessa mente ecco l’inganno       cervi sconvolti su più piani ridono cambi di clima       ammesso l’uomo la natura si chiese: perché il poker?       gioia da scriba l’umanità materia di muti canti       questa volontà inguardabile mena fuori d’armonia       ali stregate sotto la troika erra in volo l’ape       la mecca truce emiri di las vegas tu resta vero       elucubrando passo di stato da te menta bagnata       fosse comico mai terrebbe ‘sto guru gattopardo blu       l’ambasciatore alza su vento cupo ahi cinque stelle       parlare d’altro ronzio che va su e giù sempre frastuono       per i tuoi fari l’istrice non si volta ha ben capito       servo dimesso un mondo di denaro colpo di papa       dio con mammona non ha sensi di colpa l’avido jorge       anima vera formata d’un bel niente vita d’automa?       questa poesia parole di scrittura nell’abisso sta       libro di scienza onirico tramonto d’ori osservo       mantra stellari sleppa di questa vita curiosi fili       campi d’energia interno dissociato salva la carta       undici nove sola la bosco parlò: dustification       l’hudson sapiente non volle saperne mai dei tetri funghi                 Ci sarà un modo di vivere in una speranza più che antica e più che ribelle nel futuro immaginato. Sta sotto l’albero di sempre: una riedizione, forse, dell’albero cosmico, un florilegio di neobiofanie che spazzerà via per sempre l’attuale mente. Umilmente ne stiamo qui a segnalare i barlumi premonitori nel grande sogno del Barchi.     O Dio costrutto della mente dell’osservatore circolo di circolare logica mal conosciuta abbi pietà di noi se qualcuno di noi con l’inganno ti ha fatto assumere una veste teologica o scientifica: per nascondere ai nostri occhi l’ordine sovrano della natura viva che siamo per dissimulare la nostra naturale identità con l’universo naturale per affermare indebitamente l’esistenza di oggetti cari ai fini del Potere sappi che mai più sentirai da me la magna bugia che fa di te qualcosa di diverso da una nostra icona fittiziamente dimenticata sappi che non ti riterrò più responsabile di alcunché di creato dal nulla sappi che mai più ti confonderò facendoti assumere le pose più strane della totalità della natura che noi in qualche lampo percepiamo e che da sempre a nostro modo incarniamo O Dio, lascia che ti rendiamo giustizia facendoti sparire come ragion d’essere e alibi della teologia e del Potere poi magari ci ritroveremo a ragionare serenamente del tuo dominio oltre i fenomeni come viventi identici alla natura che siamo, dalla quale siamo emersi e alla quale diamo esistenza in pensieri e facce mai eguali     [Il grande sogno del Barchi – Sotto l’albero di sempre]     Correva una carestia ben procurata dall’alto. Il Barchi se ne stava seduto sotto il suo albero a sognare. La sua casetta sulla collina era semi-nascosta e insidiata ormai da rampicanti alquanto cinici. L’eco della carestia non era ancora giunto dalle sue parti. Qualche melo, qualche pero, radicchi di campo, rape bianche e rape rosse, acqua di sorgente ancora buona. Un giorno andò a trovarlo il Certosetti. Ho notizie di spostamenti – disse – di eletti verso le campagne: torme di illuminati e sopravvissuti di ogni genere che vanno in cerca di cibo.   Fra un po’ arriveranno anche qui… Sono molto preoccupato per te. Quelli proveranno a rubarti tutto quel poco che hai. Scappare da qui non se ne parla: altrove sarebbe peggio. Come li affronterai? Se sono ammassi di stupidità, cosa posso farci? Ma ti massacreranno! … (Silenzio del Barchi)       Abbiamo diecimila anni… No, ne abbiamo tre, forse quattro milioni. (Il Barchi) Non abbiamo ancora cominciato e siamo alla fine. Nulla è cominciato, per la verità, per cui non credo che tutto finirà. Non ho mai visto tutto all’inizio. Ora che la fine incombe, tutto è già finito. E se siamo divenuti folli come Dio comanda – quelli di noi dietro quelli del Potere – è proprio per questo. Ci hanno iniziato al principio di realtà con un sogno. Per non far comprendere il sogno hanno distrutto quel principio ed eccoci ora alla follia. È una foresta di simulacri dove non si può cominciare né finire. Così nulla è ai suoi esordi e tutto sembra essere già fatto, finito. Ma nulla può evolvere. Orbene, nulla è già una specie a loro sgradita.   sto sotto l’albero vivo senza concetto     fu divorato dalle formiche il giorno dopo disse: tutto questo per niente e: non vedo l’ora di ricominciare ma era senza tempo e si dimenticò di finire lavoro vano il suo e quello delle formiche       c’è la brezza leggera chi ha battuto le ali? hai già prodotto un effetto da qualche parte e non lo sai di chi erano le ali? te lo faranno credere nella loro stupidità i globalizzatori c’è la brezza sottile forse il battito senza essere né volere ti sei spinto fuori       spettacolo che muori nella mente di tutti finisci la specie per durare quale guerra avrai mai vinto? se per dignità ci togliamo fai utili a te i nostri cloni spettacolo: tu, sei natura l’ultima lotta fra le sue forze l’hai già persa nel tuo format volevi resa l’hai avuta invisibile: tutti ti realizzano ma nessuna quiete ti sfiora ti corrompi senza mai risolverti e ci rimetti nel tuo corso a spettacolo finito un’alleanza fra specie tra le tante che soccomberanno tutto è già successo ed è qui l’acqua di talete è il geyser di heidegger io sono l’albero e ricordo le sue radici uno spettacolo che non s’è mai visto     L’anima secca alla fine del freddo fiorire si erge: gli infiniti teatrini dell’osservatore cozzano l’uno contro l’altro sono colline in fiamme dopo il letargo confrontate con i millenari teatrini dell’essere il fango è sorridente per nulla se la piglia       [Ancora sotto l’albero]   soppresso l’arbitrio libero nella nostra nascita tutto il resto è sopportazione d’un attimo di consapevolezza val meglio questa pena che il decorso dell’opera del destino condannati – troppo tardi – al pensiero della fantasia di vivere a porre sensi mal nati e una conoscenza in sogno tosto imbestialiti dalla macchina del capitale già compare l’albero sotto il quale preparare le ali       L’episodio umano non si è ancora concluso. Strano a dirsi, nessuno sembra essere in attesa di giudizio. Il Barchi – nell’ilarità più soave – rappresenta al docente le sue poche lucidità prima taciute…   in preda a quest’albero faccio buon uso dell’ora di veglia chi non attende giudizio non ha più alcuna visione hanno gridato vittoria senza mai lasciarsi andare non sono mai nati e sono sterili a morire marciscono tuttavia nell’incubo fattosi universale e mille urla ciascuno non basteranno umane urla d’orrore e speranza all’ennesima potenza rispetto a quello di Munch abbiamo un’ipotesi di sganciamento è l’atterraggio che non ci appartiene             [Neobiofania dell’erba]   l’erba dell’areale che ancora ci protegge è ripartire da niente       [Del triangolo di Ancarano]   Strano fenomeno è quello del triangolo di Ancarano… più lo ruoti su se stesso più inciampa sulle molecole della sua libertà di potenza         [La primigenia fiducia]   La poca o nulla fiducia nella natura che siamo ci ha disegnato perdenti. E temo che questo comportamento di consumo possa essere stato indotto due passi dopo la notte dei tempi.       L’inconveniente di essere nati lo si elabora e lo si fa evolvere… Fino ad un certo punto – disse il Barchi. Se il logos finisce e non hai pronta una inedita armonia esteriore l’essere nati da inconveniente si tramuta in scaduto segnavia. E sbattendo i denti te ne cadono: da 2500 anni mastichi quel legante, da 2000 vi hanno siringato Dio, da 6-700 l’inconveniente mondano. A bocca impastata, sputiamo il bolo con tutti i denti: a bocca libera, respireremo e staremo bene attenti a non riempircela con altri discorsi: l’armonia sta là fuori e in noi – forse semplicemente – transita.       Sto sotto l’albero ma questa voglia di risalirci mi dice che l’apice evolutivo nostro può piegare in alto rimovendosi in circolo: c’è ancora questa nascosta fantasia presso una qualche “moltitudine” di bipedi?       Senza forzare aurora alcuna il Barchi esortò gli animali tutti: rifacciamo un altro impasto di coscienza primaria e coscienza di ordine superiore.     la frase è una rivelazione in una lingua mai parlata alavoro nomino in un silenzio che amo                     [Non basta un golpe al giorno]   C’è un’Italia che resiste – sentenziò il Barchi. Non ho dubbi sulla vittoria; sono scettico sulle possibilità di durare della partita. I “saggi” hanno l’asso nella cella frigorifera, il Capocollo che li ha ridotti a commissione ha telefonato al mozzo del Britannia. Il ponte è stato ripulito, dottore: proceda, proceda con lo stratagemma – viene suggerito con sonnolenza mentre il panfilo staziona dentro la nebbia dei porti del nord. Sono tutti crediti dello stato, cioè nostri. Non c’è problema. Meglio farlo nel week end piuttosto che lunedì. Meglio a banche chiuse. Ci vorrà ancora la sottigliezza del dottore [e qui c’è l’intercettazione: testuale]. Dopo vent’anni il presidente è ancora lì, abbiamo ancora dieci giorni ragazzi, via tutta questa carta e alla fonderia centrale tutte le monetine. Dieci giorni senza banche: e che è? La rivoluzione, i saccheggi? Suvvia, tutto questo si può pilotare… Cadranno cento poliziotti e carabinieri. E che problema c’è? Capocollo ha scelto: noi siamo e restiamo il laboratorio. Acqua in bocca, per adesso. Lunedì manderemo l’Asso davanti alle telecamere e gli faremo dire che sono finiti i sacrifici, che senza soldi sarà meglio: più lavoro e più consumo. Siamo noi a fare la realtà, non dimenticatelo mai. Se non vogliono impazzire, accetteranno. Altrimenti, ci sarà un incidente e bombarderemo un po’ il laboratorio. Che danni potremmo mai fare? Dico a noi, con la ricostruzione infinita. E poi, il laboratorio non è sempre un giardino, lo sanno anche le porte e le ginestre. L’unico inconveniente sarebbe che quelli si mettessero a vivere per proprio conto senza il nostro denaro, se si staccassero la pellicina e gettassero al macero forma e contenuto. Un certo rischio c’è, ma lavoriamo ancora sulle migliori illusioni. Confidiamo ancora nella spregiudicatezza di Capocollo, dottore [qui si chiude l’intercettazione, causa tunnel autostradale]. Il Barchi si tolse le cuffie e posò i cavi. Poi – sospirando – poté sognare:   ritornavo masticando le sirene lambendo la croce del mestiere lo spread discute basso la borsa crolla i nostri alberi nel bosco sentono le loro radici fremere le macerie delle nostre case ci cullano la fame prende a bussare e niente sopra cambia ho visto gente chiacchierare ai crocicchi e sulle strade che portano al bosco mai finito sono ormai fuori, incancellabili non basta un golpe al giorno gira una voce e vale più dei soldi anzi, li ha sostituiti! un’aurora senza doglie si affaccia                   [Il Barchi e il diritto alla stupidità]   Dice che nel mondo tutti hanno il diritto di essere stupidi. La democrazia tendeva sin dall’origine a questo approdo. Dunque, ben prima che lo dicesse Trotzky e lo ribadisse, per la sua “America”, l’alfiere grigio del diritto John Kerry. Nel diritto alla stupidità sono compendiate grandi cose. Riempiono interi codici, alimentano ciclopici dipartimenti di discipline scientifiche. Non ho mai conosciuto così tanti stupidi in vita mia: il record sta fra gli avventori delle biblioteche e quelli che calcano i laboratori per gli esperimenti. Per una definizione della stupidità consultate la vita che si fa. Non m’arrischio ad argomentare oltre. La stupidità non è un presupposto infondato: io non intendo fondarlo. Anzi, non lo considero nemmeno un presupposto. Ma è sulla rivendicazione del diritto alla stupidità che ho da ordire. Qui la rivendicazione del diritto costruisce un dogma. Come se, per non morire (o forse, per continuare a “morire meglio”), occorresse bere l’acqua della propria mente e non, anche, l’acqua “vera” di sorgente. Bersi la propria mente (non il cervello, come luogocomunemente si dice) equivale all’affermazione del diritto alla stupidità. In tal modo, questo diventa il diritto più fondamentale di tutti: perfino più fondamentale del diritto alla vita. Tuttavia, per rivendicare il diritto alla stupidità occorre vivere. Negare il diritto alla vita in nome della priorità del diritto alla stupidità può portare alla soppressione dei miliardi: questo è pacificamente riconosciuto. Non ci piove, a parte qualche scia che spandono dai cieli. Ne segue che il diritto alla stupidità porta all’affermazione del diritto alla morte (dolce magari). Allora si tratta di un diritto che, se venisse esatto, abolirebbe la sua premessa: la vita stessa. La qual cosa nega il diritto mentre in realtà l’afferma pienamente e lo pone a capo di rilevantissime conseguenze: questo paradosso del diritto alla stupidità non appare per niente stupido. Dunque, l’argomentazione ha una sua “base” e può proseguire speranzosa lungo un rivolo stretto dove cadono da entrambe le sponde macigni di stupidità giuridica. Ma tant’è. Il diritto alla stupidità è un diritto imposto. Come elemento comune e mattone dell’universo. Come fosse l’idrogeno o l’elio. Provare per credere, anche se dall’esperimento non seguirà verifica purchessia. La rivendicazione di un diritto imposto fa venire i brividi. Talvolta anche agli stupidi. Del resto, per rivendicare il diritto alla stupidità non occorre essere stupidi: però aiuta molto. Nel mio paese, colonia centrale del Mediterraneo, in tema se ne sa a pacchi, anche perché la stupidità viene perseguita da molti come se fosse una sezione della furbizia predatoria o un ingrediente dell’arte di vivere. Già lo sapeva Giacomo da Recanati che, ineguagliato, ne dipinse gli albori contemporanei. Solo che poi c’è stato Orwell e pure qualcos’altro di speciale dopo di lui. Nella colonia Italia Orwell finisce a Vermicino. Trent’anni di safari tra antilopi e giaguari lasciano il posto alla produzione della stupidità a partire da altre premesse. Il diritto alla stupidità, in colonia Italia o altrove, ha senz’altro i contorni di un diritto umano. Abbiamo già visto che è fondamentale, più fondamentale di tutti. Sarebbe però da restringere agli umani in senso stretto. Invece, lo si rivendica anche “a favore” (sic) di altri animali. E qua, allora, urge una speciale osservazione. La stupidità rivendicata regna sovrana nel mondo dei fenomeni sociali. Domina incontrastata anche nel campo dei fenomeni naturali studiati dalla scienza (il regno dell’osservatore per eccellenza, il suo paradiso di pascolo). Eppure – di colpo – questo diritto nulla c’azzecca quando si parla dell’ordine sovrano della natura non popolato dai nostri “oggetti” e “tempi”. Come mai? Non sarà mica che la mente dello stesso osservatore funziona in un certo modo ai primi due livelli e in tutt’altro modo nel terzo… Mistero non c’è: sarebbe stupido. Eppure la spiegazione manca e l’interpretazione latita. Sul cammino proverò a mordere questo nodo. Adesso torno sulla rivendicazione della stupidità. Per esempio: le Femen. Premesso che le donne stupide da gran tempo salvano uomini (femmine e maschi) che senza di loro non avrebbero altra possibilità di essere notati, colpisce la particolare virulenza antifemminea della loro supposta protesta. Usano il loro corpo per dire che hanno un corpo. Dispongono di un corpo come l’antropocentrico io dice di disporre della natura. Ma perché possono dirlo? Perché il loro corpo fa parte di una natura resa inanimata. Il loro corpo è diventato una risorsa, da usare e sfruttare. Prescindo qui da ogni significato geo-politico del loro gesto e dal carattere sguaiatamente false flag dell’intera operazione. Le Femen sono stupide perché hanno ridotto il loro corpo ad oggetto di una natura cosificata che hanno posto fuori di loro. In questo senso, la loro mente è quella dell’osservatore scientifico standard venduto sui manuali universitari. Il loro corpo ignudo si è trasformato nella court of last resort dei loro esperimenti sociali di terrificante provenienza. Le Femen e il loro corpo non sono naturali, non si sentono identiche a nessuna natura. Questo è il loro dramma senza via d’uscita di marca tutta occidentale, scientifica, teologica ed emanante dal principio del capitale. Quanta siderale distanza da quelle poche femministe della contemporaneità che avevano scoperto di essere (anche) un corpo, di essere natura per non possedere alcuna risorsa, mettendo con ciò in mora la secolare stupidità delle donne e in una qualche ambascia il Potere (non quello del patriarcato, bensì quello che vien dal capitale). La vicenda delle Femen dice qualcosa di profondo sul carattere del soggetto contemporaneo nato sotto il capitale. Dice che la sua mente è fuori dalla natura e che funziona mettendo in questa natura spogliata della propria vita il suo corpo fatto oggetto. Che poi questo oggetto si venda, si sfrutti in un modo o nell’altro, si usi per “protestare” o simili non fa differenza: stiamo dentro il perimetro del diritto alla stupidità. La stupidità è un atto di fede che funziona così bene da riuscire a dissimulare perfino la nostra riduzione a spettatori della nostra catastrofe.   Ma dice che chi sta sotto l’albero di sempre ha qualche possibilità di farcela. Non lo so. Rimando ultime suggestioni oniriche.   Se io, il Barchi, e tu e voi siamo identità di specie e natura, uomini e universo e ordine nostro sovrano, tutto è già trasceso in se stesso e la teologia non ha ragione di esistere. Che poi qualcuno continui a chiamare Dio questo enjeu è una questione tipicamente umana.   Siamo unione vivente di determinismo cosmico e fenomeni di natura osservabili. Dove stiamo? Con chi siamo? Siamo o diveniamo? Passato, presente o futuro? Qua o là? Ma che importa! Basta con questi modi obbligati di ragionare. Siamo già nell’eternità in vita senza bisogno di ministri del culto, uomini di scienza che pontificano e capitani coraggiosi che ci guidano. L’ordine sovrano lo sperimentiamo anche da prima della nascita. Della nostra morte non ci occupiamo. Della valle di lacrime impostaci ridiamo se portiamo ad esistenza consapevole la natura che siamo e che ci ha partorito insieme alle specie sorelle. Il Potere del capitale cosa dirà? Ma il Potere parla solo se noi lo facciamo pensare. Il resto del mondo si può sempre fare.

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